Nei sobborghi a nord di Tokyo corrono due linee ferroviarie parallele e lo spazio racchiuso fra queste due linee non è più completamente rurale ma neppure completamente urbanizzato. Nel pomeriggio il panorama che si può osservare è bucolico: tra campi aperti e il bosco in lontananza spicca il tetto acuto di una chiesa. Sembra quasi un dipinto, in grado di suscitare un sentimento carico di religiosità anche in chi ne è sprovvisto. Poco lontano dalla chiesa è stata edificata una scuola elementare e, di fronte, è sorto l’ennesimo nuovo quartiere, le cui case sono disposte su entrambi i lati di una stretta strada. Fra queste vi è la casa di Ebara Yasuko. Dispone di un ampio giardino sul retro, un cortile sul fianco invaso da erbacce e due cancelli di entrata, solitamente bloccati dall’interno con un catenaccio. Ebara Yasuko ci vive da sola con quattro pastori tedeschi: due sono così grossi da sembrare dei vitelli, uno è un po’ meno possente e il quarto può entrare in casa. Chiude sempre tutte le porte a chiave e se un vicino si reca da lei per qualche commissione, non lo lascia entrare per nessun motivo, rispondendo dal cancello e richiudendo sempre la porta alle sue spalle. Tuttavia ciò non significa che non veda mai nessuno, anzi in realtà riceve visite anche più volte al giorno, ma l’ospite non è giapponese. Si tratta di un prete dai capelli rossi della vicina chiesa di San Guglielmo con il quale sta realizzando una traduzione a quattro mani della Bibbia. Forse si tratta solo di pettegolezzi, ma in molti sono convinti che il legame fra i due non sia unicamente di natura religiosa…

In questo romanzo coesistono varie sfaccettature: è noir nella prima parte e giallo nella seconda, è in parte inchiesta giornalistica e in parte finzione narrativa. Quando comincia la pubblicazione a puntate nel novembre del 1959, infatti, sono passati solo pochi mesi da un omicidio realmente avvenuto di una hostess di cabina giapponese e per il quale è stato sospettato un sacerdote belga che, però, non sarà mai arrestato né formalmente incriminato. La narrazione avviene in ordine cronologico, seguendo la successione degli eventi, e così facendo il lettore viene a conoscenza dell’identità dell’assassino ancora prima che la polizia cominci a indagare. Anzi la seconda parte del romanzo è interamente dedicata agli sforzi degli investigatori, a cui si affiancano quelli di alcuni giornalisti, per scoprire cosa sia avvenuto realmente e soprattutto trovare delle prove inconfutabili di colpevolezza. Perché quello che è successo non sembra ipotizzabile; eppure, è l’unica soluzione possibile e la convinzione di essere sulla strada giusta si rinforza a ogni tentativo di insabbiare le indagini. Che un uomo di chiesa, votato al bene, al giusto, al divino, si ritenga superiore a ogni regola sino a giustificare la violenza, il contrabbando, i piaceri della carne? Che non sia un caso isolato ma coinvolga i livelli più elevati dell’ordine di San Basilio? Che esista una sorta di tacito accordo tra politica e poteri forti stranieri distribuiti nel Giappone del secondo dopoguerra perché non ci si intralci a vicenda? Purtroppo, tutte le ipotesi peggiori sembrano anche le più plausibili e, benché il lettore cominci molto presto a prendere atto di questa evidenza, non cala l’intensità dell’amarezza che si prova di fronte al tradimento anche dell’ultima speranza, ovvero che l’uomo sia in grado di andare oltre la sua natura intrinseca.