William si sposa a diciotto anni. Nessuno se lo aspetta, soprattutto perché la sposa, Anne Hathaway, ha ventisei anni. Per carità, il padre di lei è un uomo ricco e autorevole, ma William deve mettersi a questo punto a lavorare per mantenere figlio e moglie. Già, perché la sposa è incinta, ma lui non ha alcuna voglia di mettere la testa a posto, soprattutto non nel settore indicato dal padre. William è innamorato del teatro, ma non si tira indietro davanti alle sue responsabilità. Al tempo stesso non ha alcuna intenzione di seguire le orme paterne, un mercante di pelli e poi guantaio, che alla fine, però, seguendo la sua passione per la politica, riesce a diventare una figura di spicco per la piccola comunità in cui vivono, ovvero Stratford-upon-Avon. Quando nasce Susanna William se ne innamora perdutamente, non ha occhi che per lei e dopo il suo battesimo se ne va da Stratford, dove vivono, per andare a insegnare in una scuola di campagna. D’altronde il greco e il latino per lui non hanno segreti. Nel frattempo, però, Anne è di nuovo incinta e questa volta dà alla luce due gemelli, Judith e Hamnet. William adora le sue creature, ma sta anche pensando di scappare, il richiamo del teatro è sempre più forte e vuole realizzare quel sogno che coltiva sin da piccolo: diventare un attore. L’occasione arriva a ventitré anni: la Compagnia di primo piano “Queen Elizabeth’s Men” si ferma a Stratford. Ha appena perso uno dei suoi attori principali, ucciso da John Towne e quindi al momento è in formazione incompleta. Accettano subito William, non potendo andare per il sottile nello stato di necessità...

Un tentativo ambizioso di ricostruzione narrativa dei cosiddetti “anni perduti” di William Shakespeare, il periodo oscuro compreso tra il 1585 e il 1592, per il quale non esistono documenti biografici affidabili che testimonino le attività del drammaturgo inglese. La scrittrice parigina Stéphanie Hochet, specializzatasi in teatro elisabettiano alla Sorbona con un saggio comparativo su Shakespeare e Ben Jonson, affronta questa lacuna storiografica attraverso una forma letteraria ibrida che intreccia biografia romanzata, autofiction e saggio critico. L’opera si inserisce in una tradizione consolidata di romanzi biografici su Shakespeare, ma si distingue per la sua particolare struttura narrativa. Hochet non si limita a immaginare gli anni giovanili del Bardo, ma instaura un dialogo speculare tra la vita del drammaturgo e la propria esistenza, creando una complessa architettura testuale che opera su molteplici livelli di significazione. L’autrice presenta il giovane Shakespeare come un ventunenne sposato prematuramente con Anne Hathaway e padre di tre figli, intrappolato in un ambiente familiare soffocante che lo spinge alla fuga. La narrazione segue il suo ingaggio presso i “Queen Elizabeth’s Men” e la graduale affermazione della sua vocazione drammaturgica in un’Inghilterra devastata dalla peste. Il contesto storico - sociale ricostruito da Hochet merita particolare attenzione critica. L’Inghilterra della fine del XVI secolo viene rappresentata come un ambiente privo di lusso e di fasti regali, caratterizzato invece da povertà, violenza e alcoolismo diffusi. In questo scenario, gli attori occupano una posizione paradossale: sono descritti come “renégats de la vie honorable” che rappresentano “le sel de la terre”, disprezzati dalle classi borghesi eppure indispensabili al tessuto sociale. Hochet documenta accuratamente l’ambivalenza che la società dell’epoca nutriva verso gli artisti teatrali, contemporaneamente attratta dalle loro rappresentazioni e impegnata a perseguitarli legalmente con accuse di vagabondaggio. L’aspetto più controverso e innovativo dell’opera risiede nell’intreccio tra la vita di Shakespeare e quella dell’autrice. Hochet inserisce nel tessuto narrativo riflessioni autobiografiche sulla propria infanzia difficile, sui conflitti generazionali e sull’esigenza di fuga dal nucleo familiare d’origine. Questo procedimento meta-narrativo, che alcuni critici hanno giudicato eccessivamente intrusivo, trova la sua giustificazione teorica nell’indagine delle affinità tematiche tra l’esperienza shakespeariana e quella dell’autrice: l’androginia, l’emprise des aînés, il desiderio di fuga e l’idea del suicidio vengono esplorati come elementi trasversali che attraversano i secoli. In definitiva, “William” di Stéphanie Hochet rappresenta un contributo significativo al corpus di opere dedicate alla figura di Shakespeare, distinguendosi per l’audacia formale e la complessità del dispositivo narrativo. Pur potendo risultare spiazzante per i lettori più tradizionalisti, l’opera merita attenzione per la sua riflessione meta-narrativa sui processi di identificazione artistica e sulla funzione catartica della scrittura biografica. L’operazione letteraria di Hochet, lungi dal limitarsi a una mera ricostruzione storica, si propone come un dialogo intergenerazionale sull’arte, sull’identità e sulla necessità esistenziale di fuga che accomuna artisti separati da secoli di distanza.