Un bar deserto, un locale squallido e trascurato, illuminato da due tubi al neon, uno dei quali tremola senza sosta. Dietro il bancone, un barista in una giacca bianca sporca accende una sigaretta e si prepara a servire gli eventuali clienti. Un uomo alto, stempiato e entra nel locale, appoggia uno zaino di tela sul ripiano inferiore di un tavolino rotondo e ordina da bere. Il barista gli versa del caffè e si allontana, lasciandolo solo ad aspettare. L’uomo sembra infatti attendere qualcuno, mentre il silenzio del locale è interrotto soltanto da rumori sommessi e dal neon difettoso. Una didascalia introduce il mistero della Zona: un meteorite, oppure una visita aliena, ha provocato la comparsa di un luogo straordinario, dal quale i soldati inviati a indagare non hanno più fatto ritorno. L’area è stata quindi isolata mediante filo spinato ed è presidiata dalla polizia. Ora siamo all’interno di una stanza. Una donna e una bambina dormono accanto a un uomo, presumibilmente il padre della piccola. Il passaggio di un treno provoca forti vibrazioni, tanto da spostare un bicchiere sul tavolino vicino al letto. Il convoglio attraversa la notte con un fragore assordante, accompagnato da una registrazione della Marsigliese, ma la famiglia sembra abituata a quel frastuono. Quando il treno si allontana, l’uomo si sveglia, indossa i pantaloni e gli scarponi e si dirige cautamente verso la cucina, cercando di non disturbare la moglie. La cinepresa indugia a lungo sulla stanza e sui suoi occupanti, prima di seguire i movimenti dell’uomo. In cucina, l’uomo apre il rubinetto, accende la caldaia e si lava i denti. Una lampadina si illumina e subito dopo si spegne, mentre l’impianto elettrico continua a mostrare segni di malfunzionamento. La moglie si sveglia e gli chiede perché abbia preso il suo orologio. Tra i due comincia una discussione: lei gli ricorda gli anni trascorsi e gli rimprovera di pensare soltanto a sé stesso, mentre lui sembra deciso ad andarsene. La donna lo supplica di restare e lo avverte che finirà in prigione. L’uomo replica che tutto il mondo è una prigione, quindi lascia la casa. La moglie rimane a terra, piangendo e contorcendosi sul pavimento, mentre lui si allontana lungo i binari ferroviari, attraverso un paesaggio industriale desolato, avvolto dalla nebbia e disseminato di pozzanghere. L’uomo è uno Stalker, una guida che accompagna clandestinamente le persone nella Zona. Mentre cammina, una voce fuori campo definisce la vita disperatamente noiosa. Poco dopo si scopre che a pronunciare queste parole è un altro uomo, lo Scrittore, che si trova insieme a una donna elegantemente vestita con una giacca di pelliccia. I due discutono del Triangolo delle Bermude e della possibilità che anche la Zona si riveli deludente. Lo Scrittore manifesta insofferenza per la monotonia della vita e considera persino il Medioevo un periodo potenzialmente più interessante. Lo Stalker raggiunge la coppia e manifesta immediatamente la propria contrarietà alla presenza della donna. Nonostante lei desideri partecipare alla spedizione e sia emozionata di incontrare uno Stalker, l’uomo le ordina di andarsene, sostenendo che la Zona sia un luogo riservato agli uomini. La donna sale in automobile e si allontana, lasciando sul tettuccio il cappello del compagno. Rimasto solo con lo Stalker, lo Scrittore ammette di aver bevuto, ma nega di essere ubriaco. La guida, già insofferente verso il suo comportamento, lo rimprovera per aver consumato alcolici e per il suo atteggiamento. I due raggiungono il bar iniziale, dove ritrovano il Professore, l’uomo alto che attendeva con il suo caffè. Lo Stalker si mostra impaziente, controlla l’orologio sottratto alla moglie e invita i compagni a bere. Lo Scrittore continua a parlare e a bere birra, mentre il Professore rimane più silenzioso. Quando gli viene chiesto che cosa scriva, lo Scrittore risponde che vorrebbe scrivere del nulla assoluto. Spiega inoltre di sentirsi privo di futuro e di cercare nella Zona una nuova ispirazione, nella speranza di ritrovare l’energia necessaria per continuare a scrivere. I tre uomini si preparano così a intraprendere il viaggio verso la Zona, ciascuno spinto da motivazioni differenti. Nel cuore di quel territorio misterioso si trova infatti la Stanza, un luogo nel quale, secondo quanto si racconta, il desiderio più profondo di chi vi entra può diventare realtà. Lo Stalker conosce il percorso e si assume il compito di guidare i due compagni verso la meta, mentre la conversazione al tavolino prosegue tra le parole insistenti dello Scrittore e le domande del Professore. Intanto, la macchina da presa si avvicina impercettibilmente ai tre uomini, accompagnandoli nell’attesa che precede l’ingresso in un luogo di cui nessuno conosce fino in fondo la natura…

Zona è uno di quei libri che sembrano sfidare deliberatamente le convenzioni del proprio genere. Come si può dedicare un intero volume a un film lento, enigmatico e refrattario alla spiegazione, senza trasformare la scrittura in un esercizio di pedanteria critica? E come si può raccontare un’opera già considerata un capolavoro senza limitarsi a ribadirne la grandezza? Geoff Dyer affronta il problema scegliendo una soluzione insieme semplice e radicale: invece di separare l’analisi cinematografica dall’esperienza personale, fa della propria ossessione per Stalker di Andrej Tarkovskij il principio organizzatore del libro, che alla fine si colloca in quella terra di confine fra saggistica, autobiografia intellettuale e critica culturale nella quale Dyer ha costruito una parte significativa della propria reputazione. Il risultato non è una monografia accademica in senso convenzionale, né un memoir che utilizza il cinema come semplice pretesto. È piuttosto un esperimento sulla possibilità di scrivere un’opera d’arte a partire da un’altra opera d’arte, mostrando come la visione di un film possa sedimentarsi nella memoria, modificare la percezione del mondo e diventare una componente dell’identità. Il punto di partenza, come dicevamo, è il film che Andrej Tarkovskij realizzò nel 1979, liberamente ispirato al geniale romanzo di fantascienza sovietica Picnic sul ciglio della strada (1972), dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij. La storia segue uno Stalker, cioè una guida clandestina, che accompagna uno Scrittore e un Professore in una regione proibita, un territorio contaminato da una visita di extraterrestri, dove si troverebbe una Stanza capace di esaudire il desiderio più profondo di chi vi entra. Il viaggio, tuttavia, non si esaurisce nella ricerca di un luogo miracoloso: mette in discussione le motivazioni dei protagonisti e il rapporto fra desiderio, fede, conoscenza e coscienza di sé. Dyer segue il film attraverso le sue sequenze, ma non procede come un critico che intenda isolare temi, simboli e soluzioni formali per ricondurli a una tesi conclusiva. Le immagini di Tarkovskij diventano occasioni per divagazioni sulla vita privata, sulla memoria cinematografica, sull’invecchiamento, sulla cultura e sulle circostanze concrete in cui si guarda un film. La Zona, così, non è soltanto lo spazio immaginario attraversato dai personaggi: diventa anche la metafora di un territorio mentale in cui associazioni, ricordi e interpretazioni si contaminano reciprocamente. In un’intervista alla rivista “Sight and Sound”, Dyer ricostruisce la genesi del progetto spiegando che, inizialmente, scriveva senza un piano preciso: «All’inizio, con il libro, si trattava soltanto di mettere per iscritto qualsiasi cosa mi venisse in mente. In seguito, ho preso in considerazione una struttura rigorosamente scandita dalle 142 inquadrature del film, ma ho abbandonato l’idea perché troppo schematica». Questa informazione è essenziale per comprendere la forma definitiva di Zona: la digressione non è un incidente da correggere, bensì uno dei suoi principali strumenti compositivi. Il merito più rilevante del libro di Dyer consiste nel mettere in discussione la separazione fra oggetto analizzato e soggetto che analizza. La scrittura non finge di essere neutrale: rende esplicito il fatto che ogni interpretazione nasce da una posizione personale, da un bagaglio culturale e da una storia di visioni precedenti. In questo senso, il libro si avvicina all’idea di critica come esperienza, più che come sistema definitivo di spiegazioni. La libertà formale di Dyer è insieme la sua forza e il suo limite. Le digressioni possono illuminare un dettaglio apparentemente insignificante, trasformandolo in un punto d’accesso alla memoria o alla filosofia; altre volte però sembrano celebrare soprattutto il piacere dell’autore di ascoltarsi pensare.