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Cages

Cages

Mountfall è a poco più di un’ora da dove Joshua Faulkner-Hill è cresciuto, eppure non ci ha mai messo piede, il che è esattamente quello che gli serve. È un seminarista di diciotto anni che ha bisogno di sparire per qualche mese in un posto dove nessuno sappia chi è, e questa cittadina di provincia isolata sembra fatta apposta. Ad aspettarlo c’è Padre Albert, un ottuagenario dalla schiena stranamente dritta che lo trascina subito a vedere la chiesa, il mosaico che ritrae la Beata Vergine, e alla fine il confessionale in legno intagliato di cui va particolarmente fiero. Joshua è esausto dal viaggio e le vertigini cominciano a farsi sentire, così si siede dentro il confessionale per un momento mentre il vecchio prete va a recuperare qualcosa in sacrestia. Poi sente chiudersi la porticina dall’altro lato. Una ragazza entra dall’altra parte della grata e comincia a confessarsi con il tono stizzito di chi sta recitando qualcosa che le hanno imposto. Non si tratta di peccati gravi. Racconta irritatissima di aver imbrattato con della vernice fucsia il cofano della macchina di un compagno di scuola che evidentemente se lo meritava, e di come sua madre l’abbia trascinata fin lì a espiare. Ha una voce bella e del tutto inaspettata in quel contesto, e Joshua non la interrompe, non le spiega l’equivoco. Quando escono entrambi e si trovano faccia a faccia, lui vede una ragazza con i capelli tinti di blu e una fotocamera appesa alla spalla che lo squadra senza nessun imbarazzo. Arriva Padre Albert, che la chiama per nome, Vivienne Gallagher, e presenta Joshua come il seminarista venuto da Ashwood per qualche mese. Lei annuisce con aria superficiale, poi solleva la fotocamera e scatta una foto giustificandosi con la qualità dell’inquadratura, dopodiché sparisce fuori dalla chiesa. Inizia a piovere forte, e Joshua resta fermo nel sagrato ritrovandosi a pregare non per sé ma perché lei arrivi a casa sana e salva in bici lungo strade che non conosce. Mentre prega, capisce già che quella non è una preghiera ordinaria. Quella notte sogna la sua bocca…

Dietro il nuovo pseudonimo Eden Windward si nasconde Mia Another, scrittrice modenese del 1992, che fino a oggi aveva scritto romanzi New Adult ambientati a Tokyo. Con Cages cambia nome, cambia paese e cambia genere, approdando allo YA con una storia ambientata in un’anonima cittadina anglofona di provincia. Protagonisti del romanzo sono Joshua Faulkner-Hill, seminarista di diciotto anni con un segreto che nessuno deve scoprire, e Vivienne Gallagher, sua coetanea, studentessa di fotografia all’Accademia Lumina con una borsa di studio a rischio e una buona dose di guai alle spalle. I due si incontrano per sbaglio all’interno di un confessionale, e chi ha visto la serie tv Fleabag sa già come va a finire tra una ragazza con più casini che certezze e un uomo di fede che non dovrebbe guardarla in quel modo eppure lo fa. Ovviamente scoppia la passione. Sullo sfondo emergono anche temi più spinosi, come la condivisione non consensuale di immagini intime, trattati con una certa serietà e che attraversano il libro dall’inizio alla fine, toccando le conseguenze legali, emotive e sociali che simili violazioni comportano per chi le subisce. Tuttavia, nonostante la materia prima sia ricca, il romanzo non la sfrutta appieno. Si potrebbe dire che il romanzo ruoti attorno al classico cliché della ragazza dal carattere forte che si scontra con il ragazzo tormentato e chiuso nel proprio dolore, e in parte è proprio così. La crisi spirituale di Joshua, diviso tra vocazione e desiderio, rimane per lo più in superficie. Vivi, la voce più originale del libro, nei capitoli centrali tende un po’ ad appiattirsi rispetto alla vivacità delle prime pagine, e lo stile, complessivamente scorrevole, diventa un po’ ripetitivo in certi punti del romanzo. Nonostante queste lacune la storia sa come tenere il lettore agganciato. La metafora delle gabbie mentali che dà il titolo al romanzo attraversa il libro con una coerenza che nel genere non è affatto scontata. Mia Another, insomma, ha cambiato nome ma non ha perso il talento di coinvolgere— e per il YA, almeno per ora, può bastare.