“Che mestiere fai, Stucky?” “Mah, qualche volta risolvo dei casini”. Comincia così, con Stucky e Bisàt (nome dialettale dell’anguilla), un anziano signore che alterna il dialetto a un italiano perfetto che si incontrano di notte in un punto ben preciso nei dintorni dell’aeroporto per guardare le luci degli aerei che vanno e vengono, diventando draghi o sogni. Se però sei un poliziotto, la notte può portare ben altro che gli aerei. Tornato a casa dopo aver seguito l’ultimo atterraggio, l’ispettore (che nel frattempo si è addormentato sul divano) viene strappato al sonno da una telefonata del commissario Montini. Hanno trovato un morto – morto come, allo stato non si sa - su una panchina a poca distanza da casa di Stucky, vicino alle mura. Il morto era un noto giornalista di nera, Romeo Canton. È stato portato (o almeno così sembra) e steso su una panchina che Stucky conosce bene, ci si riposa spesso, qualche volta ci ha anche pomiciato e la cosa gli dà un po’ fastidio. Fastidio a parte però, quello che non convince l’ispettore è l’abbigliamento del cadavere: non si addice a quel vecchio cronista di nera, troppo giovanile e alla moda. L’allarme è partito da un generale in pensione, Brando, che a quanto pare ha l’abitudine di correre a orari strani. La scena suggerisce che non sia stata una morte naturale: segni di trascinamento, foglie spostate malamente e un foglio bianco che sembra un messaggio. Un cadavere a Marghera è il caso che invece deve risolvere l’ispettrice Bertelli, in questo caso si tratta di un vecchio sindacalista conosciuto da tutti che aiutava tutti, anche ospitando in casa sua i lavoratori subsubappaltati dei cantieri. Le indagini in effetti si concentrano su un cosiddetto “bangla”, che dalle telecamere pare proprio essere coinvolto e in effetti fa di tutto per sembrare colpevole pur proclamandosi innocente. Treviso e Mestre non sono poi così lontane e quando si scopre un terzo cadavere, che per uno strano caso è a cavallo delle due provincie, Stucky e la Bertelli cominciano a chiedersi se i tre omicidi non siano collegati…

Il nome di Ervas, già premio Italo Calvino con un libro scritto insieme alla sorella nel ’99 – ma pubblicato poi nel 2005 - è diventato davvero famoso quando nel 2012 ha messo in parole un viaggio e la vita di Andrea Antonello. Un gran merito ad Ervas, che con quel libro ha portato all’attenzione mediatica un problema enorme molto chiacchierato ma pochissimo conosciuto, l’autismo. Gli appassionati del giallo, però, lo conoscevano fin da quando nel 2006 ha pubblicato il primo romanzo, Commesse di Treviso. Il protagonista è un ispettore italo-persiano o meglio trevigian-persiano. Un personaggio, quello di Stucky, caratterizzato oltre che dall’arguzia investigativa da un carattere che unisce le due culture con cui è cresciuto. Paziente, gentile e tendenzialmente portato ad ascoltare, rispettoso di tutte le stranezze che caratterizzano la gente, non giudica mai. La caratteristica di Ervas è apparentemente assimilabile a quella dei grandi noiristi, penso per esempio a Carlotto che “opera” anche lui in Veneto. Apparentemente, perché più che gli animi utilizza le sue storie per raccontare il territorio. Quel quasi mitologico nord est che il resto d’Italia identifica vagamente con le sue città più famose – per storia arte vini e cibo – ovvero Venezia, Verona, Padova e Vicenza, ma che nella realtà è un crogiuolo di culture. Intorno alle città, e Treviso è decisamente piccina, si snodano una serie di paesini e paesotti che di quelle culture sono colmi e mantengono contemporaneamente un’iniziale punta di diffidenza verso chi viene da fuori. Fosse anche solo dalla Lombardia è un foresto, figuriamoci un mezzo persiano. Forse è la magia del prosecco e dello spritz, ma dopo poco tutti si integrano perfettamente o quasi. Il focus è su Marghera che si alterna nei capitoli con Treviso, è una sorta di sussurro di allarme, perché Marghera è dovrebbe essere un monito di quali derive devastanti possano prendere progetti in teoria bellissimi. Anche la trama nasconde un monito, o almeno così pare, su quanto può essere deleterio il portare rancori, covare come un uovo velenoso il desiderio di vendicare torti reali o presunti. Purtroppo oggi il rancore fra social e cattiva comunicazione sta diventando una piaga sociale con risvolti drammatici. Tutto questo però il professor Ervas lo racconta con la leggerezza di personaggi molto più che piacevoli, con la sagacia sorretta dalla fantasia e da qualche simpatica stranezza.