Roma 16 marzo 1978, via Fani ore 9, un gruppo di brigatisti rossi rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, dopo aver ucciso gli uomini della scorta. Tutta l’Italia è sconvolta. Ma lo è ancor di più la classe politica che ha a che fare, oltre con il rapimento dell’onorevole, con la richiesta dei terroristi di uno scambio tra l’ex segretario della Dc e alcuni loro compagni carcerati. Allo smarrimento dei primi momenti, subito nei partiti si fa strada in modo netto la linea della fermezza. Non si può trattare con dei criminali, il venire a patti con loro delegittimerebbe l’autorità dello Stato. A sostenerlo sono soprattutto la Dc e il Pc, contrario invece il Psi di Bettino Craxi. La tensione sale giorno dopo giorno, caricata dalle drammatiche lettere che Moro invia ai suoi più stretti collaboratori, da Cossiga a Zaccagnini, denunciando come in nome di un’astratta concezione dello Stato si condanni a morte un innocente. Intanto il tempo passa inesorabilmente, per gli “intransigenti”, non disponibili a scendere a compromessi anche se questo significhi sacrificare la vita di un uomo, per gli “umanitari”, alla disperata ricerca di ogni possibile via per salvare l’ostaggio nelle mani dei terroristi, per i brigatisti stessi incerti sul da farsi. All’improvviso le lancette dell’orologio della Storia si fermano tragicamente nel bagagliaio di una Renault 4 rossa ferma in via Caetani…

In nome della ragion di Stato si può sacrificare la vita di una persona? È la lancinante domanda su cui ruota Condanna di Stato. La risposta è molto chiara: con Aldo Moro si è voluto applicare in modo rigido l’autorità della politica per difendere un indefinito “bene comune”, senza tenere conto del “momento storico” e del dovere di uno Stato di salvaguardare e preservare la vita del cittadino. Mario Gianfrate, scrittore e storico, nel trattare l’affaire Moro segue due prospettive. Una politica, sul significato di ragion di Stato, alla luce di quanto scritto nella Costituzione italiana riguardo il diritto inalienabile della vita della persona che deve precedere l’interesse propriamente politico. La seconda umana incentrata sul dramma di Moro, dominata dal dolore nel sentirsi abbandonato da tutti, anche dagli amici più cari, dalla delusione e dall’amarezza nel percepire che il suo partito non vuole salvarlo, arrivando al punto di considerare i suoi scritti dalla prigionia inattendibili se non addirittura dettati dai brigatisti. Gianfrate non si limita, però, a ricordare le sofferenze di un uomo di fronte a una condanna a morte pretestuosa, mette in luce i comportamenti anomali dei rappresentanti del governo e degli stessi terroristi come se entrambi fossero stati diretti da un oscuro burattinaio. A quasi cinquant’anni di distanza la verità è rimasta dentro quella Renault 4 e insieme ad essa, probabilmente, i dubbi di coscienza di più di un attore, politico o brigatista, di quei tempi tremendi.