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L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi

L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi

È l’ultimo giorno di scuola prima dell’estate e Aleksy, che ormai ha terminato gli studi, se ne sta con il naso schiacciato sul vetro di una finestra dell’istituto a osservare i genitori che sono venuti a prendere i figli, ragazzi problematici e violenti, chiusi in questa struttura per scarti della società, seguiti da insegnanti, psichiatri e terapeuti. Aleksy non si muove: quasi tutti se ne sono andati, ma lui rimane alla finestra a osservare sua madre che lo sta aspettando, camminando lungo la recinzione della costruzione, sempre più spazientita, quasi con le lacrime agli occhi. Dopo aver salutato gli amici, Kalo e Jim, con cui ha progettato per quella stessa estate una vacanza ad Amsterdam, sognata per sette anni, Aleksy si decide a uscire dall’edificio e a salire in macchina con la madre. Lei gli appare come sempre: bianca come fosse stata “candeggiata”, con i capelli “intrecciati a mo’ di coda da sirena”, brutta e vestita ancora peggio, stupida. Arrivati a casa a Haringey, un sobborgo di Londra, Aleksy, controvoglia, si siede alla tavola imbandita dalla madre che vuole festeggiare il suo trentanovesimo compleanno: nessuno se n’è ricordato e nessuno le ha portato un regalo, ma lei si è allestita da sola un piccolo rinfresco che sembra “un bidone della spazzatura con una ghirlanda appesa sopra”. Tutto agli occhi di Aleksy risulta patetico e rivoltante: dal cibo sulla tavola all’atteggiamento della donna, che suscita in lui odio, risentimento e rabbia, mescolati a pena. Ad un certo punto la madre comincia a parlare senza sosta, fino a formulare una richiesta: chiede al figlio di accompagnarla in un paesino della Francia e di trascorrere l’estate con lei, in cambio Aleksy avrà un premio che non può rifiutare. Il ragazzo, che aveva risparmiato per anni e persino rubato dei soldi alla nonna in vista della famosa vacanza con gli amici, decide, allettato dalla ricompensa, di accettare la proposta e di rinunciare al viaggio ad Amsterdam. L’indomani i due partono insieme per una località imprecisata in cui trascorrono tutta l’estate, trasformandosi l’uno agli occhi dell’altra, superando traumi mai affrontati e risanando ferite rimaste aperte per anni...

Tatiana Țîbuleac è una giornalista moldava, nota a partire dagli anni Novanta per la sua rubrica True Stories sul quotidiano “Flux” e per le apparizioni nei notiziari televisivi. Ha esordito come scrittrice con Fabule moderne del 2014, mentre Vara în care mama a avut ochii verzi (L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi, 2017) è il suo primo romanzo, tradotto in francese, spagnolo e italiano e vincitore di diversi premi, tra cui il Premio dell’Unione degli scrittori di Romania. L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi è il racconto in prima persona di Aleksy che rivive quel periodo lontano della sua vita e lo giudica con lo sguardo ormai dell’adulto. In questi ricordi è notevole quanto il narratore riesca a calarsi nell’adolescente di allora e ad adottarne il punto di vista: esprime in modo verbalmente violento l’odio per la madre che per anni gli aveva negato amore e attenzioni (“come se fossi stato uno spazio vuoto”); la rabbia mai sopita per le ingiustizie subite durante l’infanzia; la straziante nostalgia per Mika, la sorellina morta improvvisamente; lo sforzo continuo per mettere in pratica strategie di autocontrollo suggerite dai terapeuti (“conta fino a cento e la voglia di picchiare sparirà”). Allo stesso tempo, però, Il narratore riesce a descrivere anche la trasformazione che avviene in Aleksy, man mano che trascorre il tempo in compagnia della madre: lui cambia nella misura in cui lei muta ai suoi occhi e diventa una creatura in attesa di fiorire in una vita diversa (“della mia vecchia madre non era rimasto più niente, e neanche io sapevo più chi ero, chi ero stato e cosa ci stava accadendo”). Il rapporto con la madre è descritto in modo intenso e non convenzionale attraverso un lessico espressionistico che svela l’interiorità ferita di Aleksy e i percorsi della sua mente, sconvolta talvolta da crisi e da accessi d’ira (“mi veniva voglia di morderle la lingua o di strappargliela e passarla nel tritacarne”). I pensieri e i ricordi di Aleksy scorrono in qualche occasione attraverso un flusso di coscienza quasi alla Joyce (assai evidente nel cap. 67), in grado di trascinare il lettore e di commuoverlo di fronte alle disarmanti affermazioni del protagonista sul suo stato mentale (“la mia malattia aveva un nome di sedici lettere”). In un’estate immersi in una natura che li avvolge coi suoi colori, i due sembrano recuperare il tempo perduto e comprendere l’una la sofferenza dell’altro: gli occhi della madre diventano per Aleksy sempre più verdi, ricchi delle storie che non gli aveva mai raccontato, come “cicatrici sulla faccia dell’estate”.