Chișnău, Moldova, 2009. Matteo è un giovane dipendente della Ecoenergy, ditta lombarda costruttrice di un impianto per la produzione di biogas nel più piccolo stato dell’ex Unione Sovietica, ed è incaricato di seguire i lavori sul posto. In città il suo unico gancio è Lubia, compagna di suo padre e madre del giovane Alyosha, con i quali dovrà dividere un appartamento. La periferia della città è un caos dove il degrado delle costruzioni e delle strade si fonde con le facce malinconiche della folla che riempie i marciapiedi. Tutto è precario, tutto è fatiscente, un misto di vecchiume e novità “tenuto assieme col fil di ferro”. Per aggiustare le cose che non vanno ci sono gli specialisti, fantomatici addetti a qualsiasi manutenzione, rari come esseri mitologici. Matteo sbuffa, sbotta e impreca ma, dice Liuba, “Qui non sei in Italia, qui sei in Moldova, qui è rusky standard”, ovvero sia quel modo di tirare a campare alla post-sovietica, perennemente precario, dove non funziona niente e, come si direbbe in Italia, si va avanti alla “cazzo di cane”. Tutto si può comprare: sentenze, appalti e, naturalmente, il sesso. In Moldova le donne sono tutte bellissime e il giro della prostituzione è vivace, alimentato dai turisti italiani che non hanno che da aprire il portafoglio e scegliere. Il viaggio di Matteo, che doveva durare solo poche settimane, a causa della burocrazia e del cambio di governo si trascina per tre anni, durante i quali il giovane assiste all’evoluzione della piccola comunità di italiani in Moldova, tra sgarri reciproci, grandi bevute, risse e mazzette da pagare per poter chiudere l’impianto e rivenderlo…

Come dice la nota iniziale, l’opera è di fantasia ma, leggendo le note biografiche dell’autore, è chiaro che Francese attinge a piene mani alla propria decennale esperienza lavorativa nel mondo delle energie rinnovabili, costruita evidentemente anche su numerosi viaggi all’estero. La storia, dobbiamo dirlo, non è accattivante e l’inizio, che sembrava promettente, disattende le premesse. Di certo l’aria decadente delle città post-sovietica, nelle quali il raffazzonato e il provvisorio regnano sovrani, ci entra perfettamente in testa sin da subito, facendoci passare la voglia di andarci. Ci sembra quasi di risentire il primigenio Giovanni Lindo Ferretti dondolare malfermo al ritmo delle musiche dei suoi CCCP, mentre assistiamo alle evoluzioni erotiche e lavorative dei nostri nazionali all’estero. Tuttavia, come Francese stesso descrive la vita in Moldova, la storia si tesse e si disfà a ogni inizio e fine capitolo lasciandoci in sospeso, con l’amaro in bocca per una trama che in fin dei conti non conquista mai. Non è dunque questione di stile ‒ che tutto sommato c’è ed è coerente per tutta la durata della lettura ‒ quanto di trama, che pare estrapolata da una relazione tecnica sulle centrali a biogas e in seguito romanzata. Peccato, perché forse sarebbe bastato osare un po’ di più, aggiungendo qualche audace invenzione narrativa e togliendo riferimenti a bilanci e “letter of approval” che poco ci interessano.