Cosa resta, sui muri di Barcellona, di una guerra finita quasi novant’anni fa? Chi stava ai comandi degli aerei che nel marzo del 1938 rovesciarono bombe sulla città per tre giorni di fila? E perché quegli aerei decollavano da Maiorca, un’isola che per tutta la durata del conflitto gli italiani trattarono come roba loro? Si comincia con un ritorno: la città dell’Erasmus dei primi anni Duemila, la Rambla percorsa fino al porto, dove Colombo dall’alto della colonna punta il dito verso il mare, e sulle facciate i segni della guerra civile ancora visibili a chi li sa guardare. Da lì parte una ricerca tra archivi, libri, parenti dei protagonisti. Mussolini manda uomini e mezzi ai nazionalisti pochi giorni dopo il golpe del luglio 1936; ad agosto gli italiani sono già alle Baleari e non se ne andranno più fino alla fine. A Palma spunta una via Roma, l’italiano entra nelle scuole, i soldati sposano ragazze maiorchine, e a guidare la caccia agli oppositori c’è Arconovaldo Bonacorsi, bolognese, che si fa chiamare Conte Rossi. Poi ci sono gli aviatori, uno per uno: chi al fascismo ci crede davvero e picchia duro, chi ha la febbre del volo, chi dall’Italia è scappato, chi è venuto per una donna. Ognuno ha una faccia, un passato, qualcuno anche un futuro. «È italiano il primo bombardamento aereo della storia, così come sarà italiano il primo bombardamento aereo ai danni di una delle più importanti città europee»…

Su questi e altri temi ragiona Giovanni Dozzini, perugino, classe 1978, giornalista culturale e direttore artistico di Encuentro, il festival di letteratura ispanoamericana che si tiene tra Perugia e Castiglione del Lago. Dopo E Baboucar guidava la fila, Premio dell’Unione europea per la letteratura nel 2019, e due romanzi sempre per Fandango, Qui dovevo stare e Il prigioniero americano, è la prima volta che lascia la finzione. La storia però se la porta dietro da più di dieci anni, da quando cominciò a scriverne per i giornali. Il libro è diviso in tre parti e non si lascia sistemare su uno scaffale preciso: c’è la ricostruzione storica fatta con i documenti alla mano, c’è il reportage, c’è il diario di chi torna in una città amata da ragazzo. Chi ha letto Soldati di Salamina di Javier Cercas riconoscerà il passo, quello di un’indagine che è anche un racconto di sé. La scrittura è limpida, attenta ai dati, ma ogni tanto si lascia trascinare: salta dal 1936 al 1938, passa da una città all’altra, intreccia i giovani piloti con lo studente straniero che girava per Barcellona. Chi cerca un saggio lineare può perdersi per un momento; gli altri ci trovano il calore che di solito ai libri di storia manca. Sotto c’è un bersaglio preciso, il mito degli “italiani brava gente”, e con lui le scuse di sempre: gli ordini, la giovinezza, il non sapere cosa ci fosse nella stiva. Il presente non sta mai fuori dalla pagina, dall’Ucraina a Gaza, alla cui gente il libro è dedicato. Si chiude con la sensazione che quella storia ci riguardi più di quanto vorremmo.