Nel cuore di New York, dove ogni turista si ferma per scattare l’iconica foto accanto al mosaico con la scritta IMAGINE, nel triangolo di Central Park vicino al Dakota – il palazzo dove viveva e davanti al quale fu ucciso John Lennon – si trova Strawberry Fields, il memoriale dedicato alla sua memoria. Qui si alternano artisti di strada, più o meno talentuosi, che con i loro strumenti o semplicemente con la voce interpretano, dalle dieci del mattino alle sette di sera, le canzoni dei Fab Four. Simon Green è seduto su una panchina, ancora impeccabilmente vestito dopo una giornata in ufficio. Osserva e ascolta una giovane mendicante, evidentemente sotto l’effetto della droga, che con un filo di voce canta Penny Lane. Mentre la guarda, nella sua mente si affollano altri ricordi: due bambini che giocano, saltano e si chiamano a vicenda; una bambina poco più grande che, con un quaderno in mano, legge le targhe commemorative delle panchine finché non ne trova una che la ispira e lì si siede a scrivere storie. Intanto il padre legge il giornale e la madre li osserva, spesso sorridendo. La canzone termina e Simon sente alcuni commenti tutt’altro che lusinghieri rivolti alla ragazza. Eppure, si sforza di trovare ancora qualcosa di armonioso in quel relitto umano: sporca, con gli occhi spenti e i capelli simili a una matassa di canapa. Perché quella è la stessa bambina che scriveva storie sulle panchine del parco. È sua figlia, che non vede da sei mesi. La ragazza che da studentessa modello è diventata una tossicodipendente, che vive con uno spacciatore di poco conto e trascorre le sue giornate esclusivamente alla ricerca della prossima dose. Sua moglie non vuole più tentare di salvarla; almeno in apparenza, ha deciso che è perduta. Simon, invece, non intende arrendersi. Cerca di avvicinarla, la chiama, la implora di fermarsi. Paige fugge, ma lui riesce ad afferrarle un braccio, a incrociare il suo sguardo, a dirle che andrà tutto bene. Proprio in quel momento arriva Aaron Corval, il compagno-spacciatore, deciso a riprendersi ciò che considera una sua proprietà…

Nato a New York nel 1962, Harlan Coben è uno scrittore estremamente prolifico e vincitore di numerosi premi. Ha dato vita a una fortunata serie di romanzi polizieschi il cui protagonista non è il classico ex poliziotto diventato investigatore privato, bensì un ex giocatore di basket trasformato in agente sportivo. La sua produzione comprende però anche molti romanzi autoconclusivi; per diversi di essi è stato siglato un accordo con Netflix che ne ha tratto adattamenti televisivi. Tra questi figura anche Fuga, miniserie thriller britannica del 2026 scritta da Danny Brocklehurst e interpretata da James Nesbitt, Ellie de Lange e Ruth Jones. Tornando al romanzo, non si tratta di un vero e proprio page-turner dall’inizio alla fine. A momenti in cui è difficile interrompere la lettura si alternano passaggi più riflessivi e meno adrenalinici. La trama, estremamente articolata, rivela però il proprio disegno complessivo soltanto nelle ultime pagine, quando i segreti vengono finalmente svelati in tutta la loro, talvolta devastante, portata. In fondo, è proprio da un segreto che nascono tutti gli altri: si moltiplicano quasi esponenzialmente, coinvolgendo un numero sempre maggiore di persone e complicando progressivamente la situazione. Pur descrivendo eventi che, a posteriori, risultano inquietanti, la scrittura di Coben rimane scorrevole e poco incline allo splatter, rendendo la lettura piacevole. La successione tra azione e riflessione è ben calibrata, così come l’alternanza dei punti di vista e dei protagonisti, alcuni dei quali restano imperscrutabili fino all’ultimo pur rivestendo un ruolo fondamentale. Un ottimo thriller, costruito con grande solidità, privo di sbavature narrative e ricco di possibili chiavi di lettura, come ogni buon romanzo del genere dovrebbe essere.