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Idaho Winter

Idaho Winter

Per i bambini normali svegliarsi da un incubo è un sollievo, per Idaho Winter è l’esatto contrario, perché il vero incubo è la sua vita. Si alza dal pavimento duro e freddo che ha per letto, si trascina in cucina per contendere la colazione al cane, con i genitori che parteggiano per quest’ultimo. Sporco e con vestiti logori esce in qualche modo di casa in direzione scuola, e sa che dovrà affrontare - come sempre - una giornata terribile. Per strada la gente gli lancia insulti di ogni tipo. La vigilessa incaricata degli attraversamenti sicuri attende che qualche macchina spunti veloce dall’incrocio per spingere Idaho sulle strisce, ma non riesce nell’intento omicida per puro caso e con sua somma frustrazione. Idaho ha un’unica amica: la sua coetanea Madison Beach, la bambina più bella, più candida, più pura che si possa immaginare, ma quando all’improvviso sparisce nel nulla è proprio Idaho che viene accusato del rapimento. Non che ci siano prove, non che vi sia un collegamento. Ma Idaho è talmente disprezzato che non può che essere colpevole. È ora di impugnare lance e forconi, riunirsi in una folla febbricitante di rabbia e andare a caccia. Questa volta Winter non può scamparla liscia, questa volta pagherà. Idaho, nascosto nei boschi e braccato, si chiede angosciato per l’ennesima volta quale sia la sua colpa, cosa mai abbia potuto fare per meritare tutto quell’odio. Dopotutto è solo un bambino. La domanda echeggia per qualche pagina. Talmente centrata che alla fine è persino l’autore a porsela, e la risposta è ingenua quanto surreale: niente, assolutamente niente…

Immaginiamo che Tim Burton si alzi con la luna particolarmente storta, dopo una nottata di eccessi e con il cervello buttato nel frullatore. Immaginiamo che gli salga un reflusso di cattiveria e invasato dallo spirito di Kafka o di Gogol decida di scrivere una storia in apparenza senza capo né coda. Solo che l’autore di ciò che ne viene fuori non si chiama né Burton, né Kafka né Gogol, ma Tony Burgess; e il romanzo si intitola Idaho Winter. Grottesca, surreale, complicata. Questa è la storia di Idaho Winter, ma anche la sua vita. Una similitudine non casuale, perché in questo libro finzione e realtà sono due piani che molto presto si sovrappongono, mischiandone confini e regole. Idaho parte come personaggio, talmente bistrattato che al confronto la vita di David Copperfield può sembrarci allegra. Tutti lo trattano male, tutti lo odiano. Ma perché? Non lo sa nessuno, nemmeno l’autore. Che a un certo punto entra nel libro, rompe la fatidica quarta parete e ammette il suo smarrimento di fronte all’andamento di un plot di cui lui stesso fatica a tenere le fila. Il tutto è così sfuggente che a un certo punto è lo stesso Idaho, resosi conto di essere al centro di una macchinazione crudele, a prendere in mano le redini del suo destino e a trasformare le vicissitudini del proprio romanzo in un feroce strumento di vendetta verso tutti coloro che gli hanno fatto del male. Da lì in poi il romanzo perde ogni bussola, si avvita su infiniti livelli metanarrativi in cui i ruoli classici della letteratura, autore, lettore, protagonista, si rovesciano e si confondono, trasfigurandosi gli uni negli altri in un pastiche tanto assurdo quanto comico, quel tipo di comicità priva di senso che solo il grottesco riesce a trasmettere. Leggere Idaho Winter è un’esperienza insolita. Gradevole, spiazzante, assurda. Come salire su un ottovolante, abbandonarsi alle piroette e alle giravolte, perdere l’orientamento e poi tornare a terra voltando l’ultima pagina. È finita? Chissà. Forse c’è tempo e voglia per un altro giro.