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La stanza delle illusioni

La stanza delle illusioni

La mattina di Richard Dale inizia con uno scherzoso battibecco con la moglie Monica sulle prestazioni intime diciamo un po’ “rapide” dell’uomo. Lui non se la prende, ma mentre la donna va a lavarsi rimane sotto le coperte e pensa a quanto odi quei momenti di totale vuoto del cervello, quando - non ancora impegnato nei pensieri del quotidiano - è libero di spaziare su qualunque argomento, porsi domande e trovare risposte mai soddisfacenti. L’unica è liberare endorfine e per farlo niente di meglio di una corsa, possibilmente riuscendo a evitare il caffè di Concetta, la vecchissima tata della moglie che vive con loro e ignora sistematicamente il fatto che lui il caffè lo odi. In cucina, dalle tende scostate, vede i turisti che cominciano ad affollarsi per andare a visitare il Pantheon: anche la folla, come il caffè, non gli piace per niente. Vede i piccoli rom prepararsi al loro “lavoro” di borseggio dei turisti e la vittima predestinata, un uomo che ha l’apparenza di un mendicante che nonostante il freddo sta lì seduto a suonare con il suo violino (a Richard pare molto bene fra l’altro) una melodia che lo rasserena. Un ulteriore scambio di battute un po’ meno scherzoso del precedente sugli impegni della moglie le cui velleità di agente letterario scopritrice di talenti e libraia non hanno molta attinenza con la realtà delle cose lo spinge a ritirarsi un po’ scocciato nel suo studio, dove può seguire i suoi piccoli riti quotidiani prima di iniziare a lavorare, ma è interrotto dall’arrivo di una telefonata. Una voce che riconosce a colpo sicuro, che pensava di non sentire più e che come se niente fosse gli comunica di avergli trovato un cliente, un notissimo avvocato che ha chiesto espressamente di essere messo in contatto con lui. Non c’è modo di evitarlo, sarà lì in giornata e ahimè molto prima di quanto si aspettasse...

Richard è un neuropsicologo: anche se ha collaborato un paio di volte con la polizia non può né vuole neanche lontanamente considerarsi un detective, per questo la richiesta dell’avvocato Calli, penalista notissimo nonché l’uomo che si presenta alla sua porta, lo lascia basito. Lo incarica di scoprire chi e perché sta inviando delle lettere anonime e minacciose a Cesare Borghi, un finanziere più misterioso di quanto nomea e professione facciano ritenere lecito. Il richiamo del denaro per questo strano incarico e una buona dose di curiosità però, lo spingono ad accettare l’incarico che a sorpresa lo porterà insieme alla moglie in una villa isolata nel cuore delle Dolomiti, fra i cui ospiti probabilmente si nasconde il misterioso mittente delle lettere anonime e possibile omicida. Se alcuni romanzi risultano troppo semplici nella costruzione della trama, altri eccedono decisamente nel verso opposto e a me pare che questo sia decisamente da allocare tra gli eccessivi. L’ambientazione è perfetta, le descrizioni del paesaggio dolomitico brullo e aspro, della villa difficilmente raggiungibile e dell’atmosfera creata da un meteo inclemente sono bellissime, rendono esattamente lo stato d’animo che devono. La trama però è decisamente complicata da seguire: sia chiaro, non è scritta male (anzi) ma qualcosa manca e qualcos’altro “stroppia”. Tanto è resa bene l’atmosfera quanto è poco incisivo il tratteggio dei personaggi, che a tratti diventano banali, quasi dei cliché. Altrettanto altalenanti, deboli e non del tutto plausibili sono i moventi che animano i protagonisti rendendoli sospetti. Il tutto si complica ulteriormente quando poi l’omicidio c’è, ma la vittima non è quella designata. Ci sono casi, e questo è uno di quelli, in cui andrebbe applicato ai libri il motto dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe: “Less is more”.