San Casciano. In un casolare abbandonato, una ragazza molto giovane giace senza vita sopra una panca di legno. Ha gli occhi verdi ancora aperti, il viso pallido e un ciuffo di capelli color lampone sulla guancia. Vicino al polso sinistro, decorato da brillantini rossi, si trovano un laccio emostatico e una siringa. L’ambiente, in rovina, è umido e maleodorante. Quando gli operatori sanitari del 112 arrivano sul posto, il medico verifica l’assenza di pulsazioni e dichiara la morte alle 21:35. Cinquantacinque minuti più tardi, sul raccordo autostradale Firenze-Siena, una Yaris grigia sfonda il guardrail e precipita sugli alberi. I soccorritori impiegano più di due ore per estrarre dalle lamiere il corpo della conducente. Il volto della donna è talmente tumefatto da risultare irriconoscibile; indossa un trench verde, macchiato d’inchiostro e lacerato sulla spalla sinistra. Un’infermiera tenta di chiuderle gli occhi, ma le dita scivolano sulle palpebre e si sporcano di mascara. Le due donne sono morte con gli occhi aperti, ma in condizioni diverse: la conducente ha provato a sterzare e a sottrarsi all’impatto, mentre la giovane nel casolare sembra essersi abbandonata alla morte, lasciandosi alle spalle, forse, un’esistenza segnata dalla solitudine e dalle mancanze. Intanto, nella Quinta C di un liceo delle scienze umane, Gloria Farina, docente supplente di Psicologia, restituisce agli studenti i compiti sulla comunicazione non verbale e li invita a non dare troppo peso al voto, ma a concentrarsi sugli errori. È entrata in servizio da meno di un mese per sostituire la collega di ruolo e sta ancora imparando a conoscere i ragazzi. Mentre cerca di iniziare la lezione su Freud, nota che Lorenzo Marchegiani, seduto in ultima fila, guarda il cellulare. Richiamato dall’insegnante, il ragazzo spiega di avere appena letto la notizia del ritrovamento, a San Casciano, di una diciannovenne morta per overdose di eroina. Gloria gli ordina di spegnere il telefono, ma Marchegiani le ricorda che lei invita spesso la classe a seguire l’attualità e osserva che quella vicenda dovrebbe interessarla, dal momento che è una psicologa delle vittime. Maria Sole Bellini lo corregge, precisando che Gloria è una vittimologa investigativa, informazione che gli studenti hanno ricavato dal curriculum online della professoressa…

Grazie a Carmen Garofalo – psicologa forense e criminologa – si ha la possibilità di conoscere una figura investigativa insolita e ancora poco frequentata dalla narrativa: Gloria Farina, psicologa specializzata nello studio delle vittime e nell’autopsia psicologica. Il suo compito non consiste nel seguire direttamente le tracce lasciate dall’assassino, bensì nel ricostruire la persona scomparsa attraverso abitudini, relazioni, desideri, paure, cambiamenti recenti e contraddizioni. È uno spostamento di prospettiva che modifica anche la domanda centrale dell’indagine: prima ancora di stabilire chi abbia commesso il delitto, occorre comprendere che cosa sia realmente accaduto. All’inizio Gloria è lontana dalla professione per la quale ha studiato. Insegna Psicologia come supplente in un liceo delle scienze umane di Firenze e continua a inviare candidature senza ottenere risposte. L’occasione arriva in seguito alla morte di Elena Vannini e di sua madre Anna Fanti, avvenute nella stessa sera e inizialmente interpretate come due tragedie differenti: un’overdose in un casolare abbandonato e un incidente automobilistico. Elena è una giovane appena uscita da una comunità di recupero, apparentemente ricaduta nell’uso dell’eroina. Anna, medico e moglie del primario Vittorio Vannini, muore poco dopo, quando la sua automobile precipita dal raccordo Firenze-Siena. Le spiegazioni più immediate sembrano sufficienti a chiudere entrambi i casi, ma alcuni elementi non coincidono. Il dubbio che le due morti nascondano qualcosa di diverso conduce il padre di Elena ad affidarsi a un avvocato, presso il cui studio Gloria riesce finalmente a ottenere un incarico come consulente. Da questo momento il romanzo sviluppa due movimenti paralleli. Il primo è quello propriamente investigativo: Gloria entra negli ambienti frequentati dalle vittime, interroga conoscenti e colleghi, osserva le stanze, gli oggetti, i rapporti familiari e professionali. Il secondo riguarda la sua legittimazione. Poliziotti e investigatori accolgono inizialmente con scetticismo una disciplina che considerano astratta o marginale; spetta quindi alla protagonista dimostrare che ricostruire la vita di chi è morto non rappresenta un esercizio teorico, ma può produrre elementi decisivi. La vittimologia diventa anche una riflessione sul modo in cui il crimine viene raccontato. Nei casi di cronaca l’attenzione si sposta rapidamente sulla figura del responsabile, sui sospetti, sul movente e sulle prove, mentre la persona morta rischia di ridursi a un corpo, a una fotografia o a un dettaglio biografico ripetuto dai mezzi di comunicazione. Il romanzo rovescia questa dinamica e restituisce alle vittime un peso narrativo pieno. Garofalo utilizza la propria competenza di psicologa forense e criminologa per costruire un’indagine fondata su strumenti reali, adattandoli alle esigenze della finzione. La ricerca del colpevole resta importante, ma arriva dopo un’altra forma di indagine: quella necessaria a restituire consistenza a chi non può più difendere la propria storia.