Quattro giornate di registrazione a Roma (tra il 25 aprile e il 9 maggio 1980) fissano il momento di riepilogo di una relazione arrivata all’inconciliabilità: due individui che incarnano due culture, la donna che cerca le basi del proprio riconoscimento e l’uomo che si richiama alle necessità di ciò che è. Il dialogo nasce senza un destinatario pubblico e proprio per questo si presenta come un gesto che spezza l’omertà del rapporto a due, portando in primo piano ciò che di solito resta coperto dal privato. La conversazione mette a fuoco, in presa diretta, l’attrito tra bisogno di autonomia e bisogno d’amore, tra autenticità e adattamento, tra conoscenza reciproca e ritorno sulle piste di sempre. Il nodo passa anche attraverso il lavoro artistico: da un lato la richiesta di un clima favorevole alla creatività, di un alone di conferme e di relazioni; dall’altro il rifiuto che l’opera e la sua produzione dettino legge sulla vita, trasformando il rapporto in servizio, in maschera, in farsa. Sullo sfondo si definisce una domanda insistente: che cosa significa “rapporto” quando diventa una questione di coscienza, di cultura, e non di semplice intimità? E fino a che punto l’amore può essere amore dell’autonomia, senza scivolare nella dipendenza o nel sacrificio?

A queste e ad altre domande prova a rispondere Carla Lonzi, nel saggio Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra ripubblicato in una nuova edizione a cura di Annarosa Buttarelli (la prima edizione era del 1980). Lonzi (1931-1982), critica d’arte e figura decisiva del femminismo dell’autocoscienza e della differenza sessuale, arriva qui dopo un percorso che include Autoritratto, Sputiamo su Hegel e Taci, anzi parla, spostando l’asse dall’interpretazione dell’arte alla verifica esistenziale dei rapporti e dei ruoli. Accanto a lei, Pietro Consagra, scultore tra i protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento e fondatore del gruppo Forma 1, incarna nel dialogo la centralità dell’opera e della pratica artistica come spazio identitario. La sua posizione rende evidente lo scarto tra l’esigenza di continuità creativa e la richiesta di una trasformazione radicale del rapporto personale. Nel testo la teoria non è esposta dall’alto: è sperimentata nella forma più rischiosa, quella del colloquio reale, con la sua oralità, le riprese, le contraddizioni, gli inceppamenti. È una lettura che chiede attenzione perché non leviga l’attrito: mostra come il linguaggio dell’intesa possa coesistere con l’impossibilità di una trasformazione condivisa. Anche per questo la postfazione di Annarosa Buttarelli richiama la tragedia (l’Antigone come figura di uno sbarramento tra uomini e donne), offrendo una cornice che amplifica il senso del “passo a due” e della sua conclusione.