Per A., uno dei suoi amici, ogni ragazza che conosce è “pazza”. Cioè: bella, inaffidabile, imprevedibile. Tutte le sue ragazze sembrano rientrare in questa descrizione, è un pattern ricorrente. Sono giovani, attraenti e sfuggenti. C’è per esempio B., che vive saltando da una festa all’altra, ragazza “troppo mondana, instancabile, a tratti ingestibile”. B. non risponde ai messaggi di A., salvo apparire all’improvviso in piena notte o all’alba con la colazione. A. chiede aiuto a lei, l’autrice, perché è una ragazza e dunque è una di loro. “Perché vi comportate tutte in questo modo? Cosa volete?”. Eppure qualcosa non torna, sembra una storia già sentita, “un copione già visto”. È una “epidemia narrativa” di ragazze che scompaiono misteriosamente in libri, film e cronache, ragazze che sono “enigmi da risolvere”, delitti senza movente. Protagoniste in assenza, “parlate” da altri e mai ascoltate direttamente. Si inizia sempre dalla fine, con una scomparsa, una morte, un vuoto. Prendiamo Laura Palmer: “la sua esistenza in Twin Peaks coincide con il suo ritrovamento come cadavere, con la sua morte. Quando scompare, la giovane smette di essere una persona per diventare un simbolo, la fidanzatina di tutti, il frutto proibito”. Segreti inconoscibili, le ragazze. Domande viventi a cui però nessuno vuole dare risposta. Anzi, “la domanda serve esattamente a sostituire il lavoro di comprensione”...

“Ho scritto questo libro perché c’è qualcosa dell’essere ragazze che non cessa di affascinarmi”, si legge nell’Introduzione a questo Sad Girl. La ragazza come teoria. “Volevo capire cosa c’era sotto quest’ossessione culturale per le ragazze, la stessa che provavo io [...] cosa c’è di così tanto affascinante nell’adolescenza e nella giovinezza femminili?”. Cosa significa, insomma, essere una ragazza? Questa la domanda da cui parte Sara Marzullo – giornalista culturale e traduttrice, qui al suo libro d’esordio – per esplorare il fenomeno della sad girl. L’autrice parte dalla propria esperienza di “adolescente triste” (“ero triste”, racconta, “di una tristezza vischiosa e pervasiva, come melassa o incenso. E soprattutto era così che volevo descrivermi”) per delineare il fenomeno e la sua rappresentazione. Marzullo raccoglie le teorie attorno alla ‘ragazza’, ne analizza l’estetica, la percezione, la funzione nella cultura e nei media. Decostruisce stereotipi, archetipi e immagini, in un’analisi che è personale e sistemica al tempo stesso. Eccole, dunque, le ragazze: marginali nel mondo reale, eternamente sensibili, affascinanti enigmi cui è concessa – anzi richiesta – la sofferenza emotiva. Identità romanticizzate che divengono pura performance e narrazione ricorrente, dal cinema (iconica Laura Palmer, “santa patrona delle ragazze perdute”) alla musica pop, dove le Britney Spears e Taylor Swift di turno si affermano, simboli della consumabilità della gioventù, intrappolate nella formula “non più ragazza, non ancora donna”. Molto altro e di grande interesse Marzullo pone sul piatto nei sei capitoli che compongono il libro, trattando di arte, letteratura, poesia, di corpi e capitale sessuale, dell’estetica Tumblr, fino agli studi di Angela McRobbie ed Eva Illouz e all’idea della “Jeune Fille” teorizzata dal collettivo Tiqqun nei primi anni duemila. Nel tempo di internet e della ipervisibilità, l’autrice si interroga (e noi con lei): “mi domando se l’attenzione di cui godono le ragazze sia qualcosa di cui gioire o una colla vischiosa da cui non ci si può liberare”. L’esperienza della ragazza, conclude Marzullo, “è universale in virtù del suo essere sempre personale, cioè in virtù dell’intercambiabilità delle nostre vite individuali”. Una falsa unicità, dunque, che nasconde una trappola sistemica. Moltissimi gli spunti, lucida e mai noiosa la scrittura: Sad Girl bilancia perfettamente analisi culturale e racconto del sé e si rivela una lettura ricca, densa, stimolante, in grado di risvegliare la consapevolezza delle strutture che abitiamo e delle narrazioni in cui rischiamo di rimanere invischiate sempre come oggetto, mai in qualità di soggetto.