I genitori di Franca Valeri, Luigi Norsa e Cecilia Valagotti, appaiono alla figlia che li descrive come due busti marmorei sotto un eterno plenilunio. Lontani anagraficamente dalla rivoluzione degli anni Sessanta, ad avviso di Franca sono riusciti a scampare dalla devastazione dell’educazione permissiva. Il padre, severo per rappresentare un esempio di vita ai due figli, è un ingegnere raffinato, esterofilo, antifascista e goloso, molto goloso di dolci, caratteristica quest’ultima ereditata pari pari dalla figlia femmina. L’educazione in famiglia Norsa è affidata alla mamma, così come la programmazione della villeggiatura. L’incubo comincia in aprile quando la vittima designata all’organizzazione (la signora Cecilia!) scrive agli alberghi di Rimini esponendo la situazione da affrontare: lei, due bambini, una cameriera, prezzi, periodo… partenze. Il padre si intromette di rado, spesso solo per pronunciare la fatidica frase: “Decidi tu, Cecilia”. Dopo il soggiorno balneare, la famiglia con tanti bauli al seguito si sposta a Venezia e sulle Dolomiti. Le vacanze durano dal 20 giugno all’1 ottobre di ciascun anno. Per i voti a scuola si esige che non siano al di sotto del cinque. In prima Liceo, il “rimando” in scienze di Franca è un “disonore”. Ma ormai, annota l’autrice, proprio durante la sua adolescenza l’Italia si trova nella bufera delle leggi razziali, cosicché i singoli fatti della vita appaiono in una dimensione ben modesta rispetto ai tragici scenari europei e mondiali. A guerra finita il padre intende verificare la fondatezza delle aspirazioni teatrali della figlia ignorandola e imponendo un rigido silenzio sull’argomento mentre la madre l’ammira per averla sostenuta moralmente durante le persecuzioni razziali, quando il figlio maschio e il marito furono costretti a rifugiarsi in Svizzera….

“Bugiarda no, reticente” era l’espressione tipica con la quale il padre di Franca Valeri usava descrivere il carattere della moglie, la signora Cecilia, alla quale il libro è dedicato. L’autrice usa, nella dedica in esergo e in tutto il libro, la parola “mamma” anziché “madre” proprio per sottolineare l’intesa particolare con la genitrice, la deliberata vicinanza all’universo femminile piuttosto che a quello maschile, l’ammirazione per certe consolidate abitudini domestiche e per certe irriverenze che la madre coltivava nei confronti della società. Tutti elementi che, al momento di calcare le scene e di scrivere testi teatrali e televisivi, hanno consentito a Franca Valeri di avere un gran successo di pubblico e di critica. Il libro è interessantissimo per comprendere non solo la storia di Franca - chiamata così per evitare che il nome della nonna Francesca potesse apparire “da vecchia” già nel 1920 - ma anche la dimensione culturale dell’attrice, che crebbe all’interno di una famiglia mista con padre di origini ebraiche e madre cattolica e si formò a Milano in un’ambiente alto-borghese frequentando il Liceo Parini e assiduamente il teatro alla Scala. È una lunga confessione quella che si snoda tra le pagine del libro che descrive, con misurata ironia, i cinque anni di guerra, la scuola, gli infiniti incontri reali che hanno costituito il modello per i personaggi teatrali, le esperienza parigine in rue de Grenelle, le passioni e gli amori, le perdite, i successi di una donna di spettacolo dotata di una struttura intellettuale di prim’ordine.