Incontriamo Auður Ava Ólafsdóttir al Premio Lattes Grinzane 2022. È nella cinquina dei finalisti. Questa scrittrice islandese, da tempo assai apprezzata in Italia, è stata insegnante di Storia dell’arte e ne apprezza molto la nostra. Del suo soggiorno giovanile a Bologna le è rimasto un discreto italiano parlato. Si porge con spontaneità e questo conferma la sensibilità che ha nel mettere in luce l’animo dei suoi personaggi.
La vita degli animali fornisce al lettore molti spunti di riflessione, come il tema del parto e della depressione post partum. Ancora oggi questo argomento è trattato come un tabù, qual è la tua prospettiva in merito e in che modo hai deciso di trattarlo in questo libro?
Il punto di partenza da cui ho iniziato a scrivere questo libro è quello di portare la luce in un mondo buio. La parola “ostetrica” in islandese significa letteralmente “madre della luce”, come scritto nella prefazione. Quindi ho pensato che il personaggio principale avrebbe dovuto essere necessariamente una madre della luce. L’ostetrica accompagna il parto, che è l’esperienza più difficile per l’essere umano, che è l’animale più fragile e indifeso e nello stesso tempo anche il più crudele. In questo mio romanzo avanzo per opposti: se scrivo della vita, devo necessariamente scrivere della morte, se scrivo della luce, devo scrivere dell’oscurità e del buio. Ragione per cui il romanzo è ambientato pochi giorni prima di Natale, che è il periodo più buio in Islanda. Il Natale non è solo una festa cristiana, è anche pagana, celebra il ritorno della luce e si festeggia, simbolicamente, anche la nascita di ogni bambino che rappresenta la luce in un mondo buio. Anche il romanzo segue questa traiettoria si comincia in un ambiente più oscuro e progressivamente si va verso la luce e man mano che si procede c’è più spazio tra le parole, tra le frasi, in modo che il lettore possa entrarvi agevolmente. Perché è il lettore che dà un significato al romanzo stesso, è il co-creatore della storia insieme allo scrittore. Questo libro parla dell’animale uomo e lo mette a confronto con altri animali, ad esempio la balena, citata nel libro. È un effetto del cambiamento climatico che ci siano molte balene spiaggiate sulle coste islandesi ed è un problema molto sentito nel mio paese. Inoltre, il riferimento alla balena serve perché nella sua struttura sociale, le balene prevedono la figura dell’ostetrica. Nel libro si parla anche di responsabilità nei confronti del prossimo, della terra e del pianeta. Perché se c’è speranza in questa oscurità, questa si trova nelle nostre debolezze. Noi, in quanto esseri umani, possiamo contare su un cervello che ci permette di risolvere dei problemi e che ci potrebbe aiutare a trovare delle soluzioni ecologiche al disastro che noi stessi abbiamo creato. Ma la vera domanda è se vogliamo veramente farlo.
Anche tu sei paragonabile ad un’ostetrica, perché fai nascere i tuoi personaggi, li cresci e li curi. Noi ti possiamo leggere grazie all’eccellente lavoro di Stefano Rosatti, che rapporti hai con i tuoi traduttori?
La mia specialità è scrivere in una lingua che nessuno capisce, si chiama islandese; dunque, tutto dipende dal traduttore che nel mio caso si chiama Stefano Rosatti. Lui è sopravvissuto in Islanda a tutte le tempeste violente durante gli ultimi venti anni ed è un amico caro. Il ruolo, il mestiere del traduttore è quello di scrivere i nostri libri nella sua lingua, in questo caso l’italiano. Secondo me tutto dipende dalla musica, perché ogni libro ne ha una propria e cambia per ogni libro dello stesso autore. Quindi il traduttore deve trovare questa musica per rendere al meglio il romanzo. Penso che Stefano sia riuscito a farlo. Io penso che il mio libro, anche in italiano, sia il libro che ho scritto io in islandese, questo è il sentimento. Senza i traduttori un autore islandese non avrebbe una voce nel mondo: in Islanda siamo solo 350.000 abitanti con 200 vulcani attivi!
Tu sei una scrittrice isolana, anche in Italia ne abbiamo. La visione del mondo di uno scrittore isolano è diversa? È scevra da sovrastrutture? È più concreta?
Sono nata in un’isola e ho sentito dire che gli autori nati nelle isole scrivono spesso sul viaggio. Partire per poi poter ritornare e raccontare. Questo è importante. Non si prende sul serio chi non ha mai lasciato l’isola, non si dà, a qualcuno che è sempre rimasto a casa, una responsabilità. Perché si deve conoscere il mondo e vedere altri orizzonti.
La struttura del libro è molto particolare, vorrei sapere il tuo progetto iniziale e soprattutto il modo con cui questa forma veicola il tema profondo e stratificato del libro…
La forma con cui ho scritto questo romanzo è complessa, si tratta di un libro all’interno di un libro. La voce narrante è questa ostetrica che vive in un appartamento, ereditato dalla sua prozia, anche lei ostetrica. In una scatola di banane Chiquita, chiusa in un armadio, trova dei manoscritti. Sono tre libri incompiuti: La vita degli animali, La verità sulla luce e La casualità. Questi testi, oltre che far conoscere meglio la zia alla nipote, danno l’occasione di fare un parallelo con la vita umana, perché anch’essa non ha una struttura ben definita anzi è abbastanza caotica e dettata anche dalle coincidenze. Se un romanzo ha una struttura ben definita, ha un inizio una sua logica e un finale, la vita umana non è sempre così. Questa, quindi, è un’occasione per riflettere sul senso della vita, che anche la protagonista forse troverà in questa scatola di banane.
In ogni tuo romanzo è presente il tema del viaggio. In particolare, in Rosa candida e in Hotel Silence non specifichi mai il luogo che raggiungono i personaggi, è per lasciare al lettore la libertà di trovarne uno a suo piacimento?
Non do mai una destinazione precisa per il viaggio, in parte perché voglio lasciarla al lettore e anche perché desidero lasciare un po’ di mistero. La destinazione può essere qualsiasi destinazione, si tratta più che altro di un viaggio interno al personaggio e di conseguenza al lettore, che fanno dentro sé stessi. In Hotel Silence, che è il libro più tradotto tra quelli che ho scritto (in 33 lingue,) più di Rosa candida, che comunque è il secondo più tradotto, ho raccolto molte reazioni diverse nei vari paesi. Per esempio, nella ex Jugoslavia le persone pensavano che stessi parlando di loro e del loro paese, proprio perché il libro parla di guerra, di come ricostruire un mondo distrutto dalla guerra. Sfortunatamente, l’argomento del libro può essere adattato a qualsiasi luogo e a qualsiasi tempo. Pensiamo solo al fatto che ci sono novantacinque guerre in corso adesso nel mondo e quindi è un argomento che non si esaurisce. Nei miei libri quello che cerco di fare è cercare di capire la natura umana e cosa significhi essere un essere umano, senza particolari riferimenti a posti o luoghi. Il loro compito è narrare il paradosso dell’essere esseri umani.
Hai detto che La vita degli animali indaga sull’ essere umano, parla di una ricerca di senso e di risposte su temi universali, Tu che risposte ha trovato scrivendo questo libro?
Prima di mettermi a scrivere ci sono vari punti di partenza. Io vivo nel mondo di oggi così com’è, e mi interesso dei suoi problemi. Ecco che il cambiamento climatico è uno dei temi che si trova all’interno del romanzo. Scrivendo ho imparato che anche se l’uomo ha bisogno della natura, la natura non ha bisogno dell’uomo, se la cava benissimo anche senza. Io so come sarà il mio libro, in mente ho già un’idea. Più o meno come faceva Michelangelo guardando un blocco di marmo sapeva che avrebbe liberato la creazione che ne stava all’interno. Certo Michelangelo aveva una sola possibilità, io invece posso modificare e cambiare. Scrivo una prima bozza e penso che quello sia il mio libro, poi mi trovo a riscriverlo tutto, finché, a forza di riscriverlo il libro non sembra scritto da altri. Diventa per me un estraneo ed io autrice e scrittrice mi trasformo in lettore ed è molto importante per uno scrittore trasformarsi in un lettore molto critico su ciò che ha scritto.
Da qualche tempo la meta islandese è molto amata dai turisti italiani, che sono affascinati dal paesaggio e dal miracolo dalle aurore boreali, contrariamente a voi che le potete vedere sempre. Questo arrivo di turisti, sperando siano rispettosi dei luoghi, come lo vedete voi islandesi, una risorsa? Un pericolo?
Non c’è problema, stai tranquilla: i turisti italiani si comportano benissimo. L’unica cosa su cui bisogna riprenderli è il fatto che, quando rimangono incantati da un’aurora boreale, fermano l’auto ovunque si trovino, magari in mezzo a una strada pericolosa e noi dobbiamo schivarli. Abbiamo capito come funziona e ci siamo adattati. In gioventù ho fatto da guida montana per dei turisti italiani. In quel momento studiavo storia dell’arte a Parigi e sapevo anche qualche parola di italiano; perciò mi è stato offerto questo lavoro. Questi primi e avventurosi turisti sono stati molto gentili con me, io, per mia insicurezza con la lingua, dicevo loro di imparare ad apprezzare soprattutto il silenzio così da non dover parlare troppo. Arrivavo per prima nei luoghi, camminavo cento metri avanti al gruppo così mantenevo le distanze, ecco la mia esperienza di guida non professionista. I problemi che abbiamo ora in Islanda riguardano il cambiamento climatico, in particolare lo scioglimento dei ghiacciai e la violenza dei fenomeni atmosferici, sempre in aumento. Per quanto riguarda lo scioglimento dei ghiacci, lo posso testimoniare personalmente, un anno dopo l’altro duecento metri di ghiacciaio scompare e affiora un paesaggio nuovo che prima non si vedeva, grosso modo come accade per voi sulle Alpi. Se consideriamo che i ghiacciai occupano ¼ della superficie dell’Islanda se li perderemo tutti, svanirà la più grande riserva di acqua del mondo.
I bambini sono al centro di tanti tuoi romanzi: come dimenticare Flora Sol e il suo papà Lobby in Rosa candida, o tutti i bambini nati nel tuo ultimo romanzo. Da dove ti deriva tanta sensibilità e delicatezza?
Anche io sono stata bambina e quando si è scrittori si rimane bambini ancora più a lungo rispetto alle altre persone. Io scrivo nei miei libri di un mondo che vorrei attraversare e vivere. Non uccido i miei personaggi come fanno gli scrittori di libri gialli, più che altro mi pongo delle domande sulla loro sopravvivenza, perché morire è facile tutti dobbiamo farlo, ma sopravvivere è più difficile. Tutto riguarda la responsabilità non solo nei confronti della propria progenie, ma anche nei confronti degli altri, di coloro che abitano i nostri luoghi. Rosa candida parlava della paternità e della sensibilità maschile. Io cercavo di far passare il concetto che diventare un padre è un dono, una grandissima opportunità. C’è poi un aspetto più legato alla dimensione femminile, in cui molte donne si sono identificate. Proprio scrivendo di questa madre che vorrebbe avere più libertà, seguire i suoi studi e non solo prendersi cura del proprio figlio. Sicuramente l’elemento centrale sono i bambini, che sono presenti in tutti i miei romanzi. Anche ne Le vite degli animali la narratrice non ha fiducia nell’umanità, ma la ripone nei bambini che ne rappresentano il futuro. Quindi è una visione ottimistica in un certo senso, perché lei ha fiducia nei bambini e nei poeti ed è racchiusa in loro la speranza. Le nuove generazioni sono caricate di tante e gravi responsabilità, lo vedo anche con le mie figlie. È dato a loro il compito di salvare un pianeta, che si trova a patire le conseguenze degli errori fatti dalla mia generazione. Io nel profondo del mio animo credo che ogni bambino sia un miracolo e porti un po’ di luce in un mondo oscurato dalle tenebre.
Crisi climatica, balene spiaggiate sono argomenti che generando profonde riflessioni, possono però anche spaventare e creare distanza. Il tuo approccio è invece molto luminoso. È una scelta voluta, derivante da una tua riflessione personale di non parlarne in termini apocalittici?
In realtà sono più pessimista della voce che appare nei miei libri. Anche perché per essere ottimisti ci vuole più coraggio, è più facile essere pessimisti. Meglio dire di essere realisti. In Rosa candida io mando un giovane nel mondo. Deve fidarsi delle persone che incontra, degli estranei e qualcuno mi ha chiesto: “Ma se fosse tuo figlio, lo manderesti nel mondo con questa serenità, senza preoccupazioni?”. Beh, io in quanto madre, sarei assolutamente preoccupata, lo chiamerei dieci volte al giorno, ma un autore è una cosa diversa. Ne La vita degli animali posso apparire più realistica che ottimista, ma sicuramente rimane forte per me il desiderio di non abbandonarmi alle forze oscure e di avere sempre un barlume di speranza.
I LIBRI DI AUÐUR AVA ÓLAFSDÓTTIR