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I bambini di Baltimore House

I bambini di Baltimore House

La stanza numero 11 del Baltimore Hotel è in linea con il resto dell’edificio: tappezzeria scollata in diversi punti, mobilio impolverato e l’aria di non essere stata aperta per tanto – troppo tempo. Eppure quella stanza così all’apparenza inospitale è la soluzione perfetta per terminare il suo romanzo; non vi sono distrazioni, il panorama che offre non è tale da farlo perdere in elucubrazioni mentali e il fatto di essere unico ospite della struttura sembra quasi essere un ulteriore incentivo a mettersi al lavoro e finalmente concludere la stesura del suo terzo libro. Unica cosa che sembra fuori luogo è la piccola tavola ouija lasciata, quasi distrattamente, sulla scrivania. L’ultima volta che ne ha vista una è stato quando aveva dodici anni, in campeggio con gli amici. All’epoca avevano tentato di evocare il fantasma di Billy the Kid, rimediando solo un grande spavento quando il cursore – seguendo una volontà tutta propria – aveva formulato una frase di saluto rivolto ai ragazzi che, terrorizzati non solo erano scappati dalla tenda ma avevano riposto in un angolo buio la tavola, non toccandola per il resto della vacanza. Ma da allora ne sono passati di anni e mentre lui è lì e la osserva, si chiede se è giunto il momento di concedere una seconda possibilità a quel mezzo di comunicazione con l’aldilà mentre, quasi in trance, si siede sul bordo del letto e con la tavoletta sulle gambe, traccia con il cursore la parola “Ciao”…

Davide Calì, prolifico fumettista con all’attivo oltre cento pubblicazioni tra Francia, Stati Uniti, Belgio e Italia, torna con il suo secondo romanzo I bambini di Baltimore House. Storia horror gotica, contiene al suo interno tutti gli elementi del genere: Oak Hill, cittadina sperduta degli Stati Uniti, fornisce l’ambientazione alla narrazione; il Baltimore Hotel e la sua storia antica, popolata da bambini affetti da una strana malattia e un incendio disastroso, offrono l’humus narrativo adatto per una storia ricca di mistero e verità taciute. Una storia che sembra trarre spunto da quelle più famose appartenenti al genere, prima fra tutte Shining e Psicho; se al primo si allude grazie alla capacità del protagonista – non a caso senza nome – di poter comunicare con i fantasmi e all’impossibilità di lasciare l’albergo, il secondo - romanzo del 1959 di Robert Bloch incentrato sulla storia del serial killer Ed Gein, poi diventato di culto con la trasposizione cinematografica omonima del 1961 di Alfred Hitchcock – viene ricordato da Calì con il nome dell’hotel (Baltimore ricorda per assonanza il Bates Motel) e per la rappresentazione grafica dello stesso, del tutto simile all’iconica struttura hitchcockiana. Vecchi ospedali, bambini affetti da malattie strane e comunicazioni tra persone e fantasmi riescono a condurre il lettore sino alla fine del romanzo, nonostante in alcuni punti la narrazione sia un po’ frettolosa e priva di un nesso esplicito tra le parti. A conferire al libro un valore aggiunto, le bellissime tavole di Riccardo Renzi: i colori, i disegni, i contrasti cromatici resi sulle pagine contribuiscono a rendere vivida e reale l’ambientazione della storia. Tra tutte, spicca la rappresentazione del pozzo resa con una visuale dal basso che rende a pieno l’idea di esserci caduti dentro.