Il corpo di un uomo viene ritrovato appoggiato a un albero. È piovuto intensamente per tutta la notte e il cadavere è fradicio. La vittima è stata colpita alla testa con un oggetto pesante, ma l’acqua ha cancellato quasi tutto il sangue, lasciandone soltanto un’ombra sulla giacca. Il commissario Amedeo Alessandri è convinto che l’uomo sia stato sorpreso dall’aggressione: crede di scorgerne lo stupore sotto le palpebre chiuse e nell’espressione irrigidita. Sulla scena lo ha accolto Cragnotti, uno dei suoi collaboratori. Il commissario è passato sotto il nastro che delimita l’area e ora osserva la vittima, con la testa leggermente inclinata e il vestito grigio ancora elegante. Cragnotti non ha trovato documenti e non sa con certezza se si tratti di una rapina. Ha però riconosciuto il morto: è l’uomo che entrambi hanno visto la sera precedente durante un ricevimento organizzato dal prefetto. Il commissario ricorda perfettamente l’incontro. La vittima gli è stata presentata dal pubblico ministero Massimo Gargiulo come una figura importante, il curatore della mostra inaugurata quel giorno e un grande esperto d’arte. La stretta di mano tra loro è stata breve, formale e sfuggente. Poco dopo, la moglie del prefetto si è avvicinata all’uomo e gli ha sussurrato qualcosa; lui ha salutato ed è andato via senza fornire spiegazioni. Il ricevimento seguiva l’inaugurazione della mostra intitolata L’ombra del bello. 30 capolavori ritrovati, curata da Riccardo Mazza e Marco Cirmoli e allestita a Palazzo Vassalli. Al cocktail nella residenza del prefetto hanno partecipato circa trecento persone, molte più delle duecento inizialmente previste. Il corpo poggiato all’albero è proprio quello di Riccardo Mazza. La causa apparente della morte è un violento colpo alla tempia inferto con un oggetto pesante e contundente. Alle sette e trenta, mentre beve il caffè poco gradevole che Cragnotti gli ha fatto portare in macchina, il commissario Alessandri dispone soltanto di pochi elementi certi: la vittima è un noto esperto d’arte e curatore della mostra appena inaugurata; è stato ucciso con un colpo alla testa in un luogo diverso da quello del ritrovamento; il corpo è stato trasportato in via Zara prima che iniziasse a piovere; la scena è stata quasi completamente ripulita dal temporale e l’arma non si trova…

Un uomo trovato senza vita ai piedi di un ippocastano, composto in una postura che potrebbe ingannare un osservatore distratto. La pioggia della notte ha sconvolto il viale, cancellato impronte, trascinato foglie e rami, quasi collaborando con chi ha voluto liberarsi del corpo. La vittima è uno storico dell’arte di grande notorietà e curatore di una mostra dedicata a trenta capolavori ritrovati, inaugurata soltanto poche ore prima. A occuparsi del caso è il commissario Amedeo Alessandri, per il quale quella morte, tuttavia, non rappresenta soltanto l’inizio di una nuova indagine. Il mondo dell’arte, dal quale si tiene lontano da vent’anni, lo riconduce infatti alla figura del padre Roberto, storico dell’arte celebre e tragicamente scomparso. Il presente investigativo finisce così per aprire una frattura nel passato, costringendo Alessandri a misurarsi con ricordi che ha cercato a lungo di tenere sotto controllo. Giuseppe Fusari costruisce un giallo nel quale l’indagine procede su più livelli. Da una parte ci sono il cadavere spostato, la scena compromessa, l’assenza dell’arma e il sistema di relazioni che circonda una figura pubblica tanto conosciuta. Dall’altra si apre il percorso interiore di Alessandri, un uomo che osserva i morti cercando di leggere sui loro volti ciò che hanno provato nell’ultimo istante e che, proprio per questo, non riesce a ridurli a semplici reperti. Lo sguardo del protagonista conserva una sensibilità che il mestiere non è riuscito a spegnere e che contrasta con l’ironia asciutta, con le battute scambiate con i collaboratori e con l’apparente freddezza necessaria a condurre un’indagine. Attraverso di lui, il delitto diventa anche una riflessione sulla persistenza del dolore, sulla difficoltà di separare il lavoro dalla propria storia e sull’impossibilità di lasciarsi davvero alle spalle ciò che non è stato compreso. Fusari alterna il presente dell’inchiesta ai ritorni nella memoria di Alessandri, distribuendo progressivamente le informazioni. Il passato affiora per associazioni, dettagli e ferite riattivate dal caso. I due piani finiscono così per rispecchiarsi, lasciando che il lettore ricostruisca poco alla volta il legame tra la morte di Mazza e quella del padre del commissario. Il mondo dell’arte, poi, appartiene alla struttura stessa del mistero. Dipinti, attribuzioni, falsificazioni, mostre e competenze specialistiche contribuiscono alla costruzione della trama e ne alimentano gli interrogativi. Fondamentale è inoltre il tentativo di stabilire che cosa sia autentico e che cosa sia stato costruito, nascosto o contraffatto: nelle opere d’arte, nelle versioni dei fatti e nella memoria di chi sopravvive. Ecco, quindi, che la ricerca del colpevole procede insieme a quella di una verità privata, più antica e forse ancora più difficile da affrontare.