Andrea ed Else si conoscono in Italia nel 1912. Hanno vent’anni. Else è tedesca, colta, bellissima e sensuale. Andrea è italiano, belloccio e poco erudito. Sono diversi, ma si innamorano al primo sguardo e tra loro la passione è un fuoco senza fine. I due amanti decidono da subito di vivere insieme, nella patria di lei, e i primi due anni sono per loro un idillio, si amano follemente e vivono della reciproca passione. Presto Else rimane incinta e Andrea ne è entusiasta. Ma sono gli anni del primo conflitto mondiale e quando Andrea viene espatriato, l’incanto si spezza. Spaventato e arrabbiato, sul treno che lo riporta in Italia decide tutto il suo futuro: non tornerà più da Else. Gli anni passano. Andrea si è sposato con Maria e da lei ha avuto cinque figli. All’apparenza la sua vita sembra appagata, ma la decisione presa su quel treno è diventata un ago che lo pungola con costanza e dolore…
Pubblicato nel 1934 per i tipi di Baldini & Castoldi e rispolverato nel 1946 da Mondadori, Lilith vede oggi nuovamente la luce e la sua è una rinascita buona e giusta. Buona è la viscerale scrittura di Salvator Gotta, che scivola sulla pelle di chi la legge, ne accarezza ogni singolo lembo, lo impregna e ne tatua i pori. Giusto (perché esattamente persuasivo del complicato vivere umano) è il racconto della vita del protagonista, prima infuocata dalla febbre amorosa, poi protetta dal focolare domestico e costantemente opacizzata dal tarlo del tormento. Lilith è uno scrivere flessuoso sull’individuo, sui suoi diversi modi di amare, sul suo desiderio di appassionare e appassionarsi, sulla sua umanissima capacità di cadere nell’errore, sul suo patire il rimpianto e la nostalgia e sulle sue terrene vicissitudini che bene incarnano il principio terenziano “homo sum, humani nihil a me alienum puto”: sono uomo, nulla di ciò che è umano considero a me estraneo. Nulla, né le croci né le delizie perché entrambe appartengono al vivere.
Pubblicato nel 1934 per i tipi di Baldini & Castoldi e rispolverato nel 1946 da Mondadori, Lilith vede oggi nuovamente la luce e la sua è una rinascita buona e giusta. Buona è la viscerale scrittura di Salvator Gotta, che scivola sulla pelle di chi la legge, ne accarezza ogni singolo lembo, lo impregna e ne tatua i pori. Giusto (perché esattamente persuasivo del complicato vivere umano) è il racconto della vita del protagonista, prima infuocata dalla febbre amorosa, poi protetta dal focolare domestico e costantemente opacizzata dal tarlo del tormento. Lilith è uno scrivere flessuoso sull’individuo, sui suoi diversi modi di amare, sul suo desiderio di appassionare e appassionarsi, sulla sua umanissima capacità di cadere nell’errore, sul suo patire il rimpianto e la nostalgia e sulle sue terrene vicissitudini che bene incarnano il principio terenziano “homo sum, humani nihil a me alienum puto”: sono uomo, nulla di ciò che è umano considero a me estraneo. Nulla, né le croci né le delizie perché entrambe appartengono al vivere.