Salta al contenuto principale

Pasolini alla prova di Orgia

Pasolini alla prova di Orgia

Tra il 1966 e il 1967, un Pasolini allettato a causa di un’ulcera getta su carta, come infervorato, le famose sei tragedie borghesi. Il mondo del teatro italiano è attraversato da tumulti rivoluzionari, mentre la società post boom economico si appresta a diventare totalmente massificata. Pasolini si muove tra questi due poli per proporre una nuova forma di teatro – il “teatro della parola” – in grado di scardinare gli ideali omologanti della classe borghese ormai dominante. Oltre al teorico Manifesto per un nuovo teatro, pubblicato sul numero di gennaio-marzo 1968 di «Nuovi Argomenti», fondamentale per la riflessione pasoliniana è Orgia, una tragedia suddivisa in sei episodi preceduti da un prologo che fa il suo debutto il 27 novembre 1968 al Deposito d’Arte Presente di Torino. I personaggi senza nome sono l’Uomo e la Donna, una coppia di borghesi dalle tendenze sadomasochiste, simbolo della diversità che la società massificata estromette dalla vita pubblica, e la Ragazza, una figura marginale che entra in scena solo in un secondo momento. I due coniugi vivono in clandestinità la loro condizione scandalosa, in un inarrestabile crescendo di tensione che conduce la Donna al suicidio per disperazione. L’Uomo, che tenta di replicare la relazione sadomasochistica avuta con la moglie anche con la Ragazza – che fugge per tempo prima che il rapporto sessuale si compia –, avendo compreso che la società borghese non arriverà mai ad accettarlo per quello che è realmente, decide a sua volta di togliersi la vita: indossa i vestiti della Ragazza e si impicca...

Una certa indifferenza aleggia sul Pasolini autore teatrale: ricordato soprattutto come romanziere, poeta, regista e opinionista a tutto campo, sembra quasi che la sua produzione teatrale sia un effetto collaterale della poliedricità che caratterizza uno dei pensatori più influenti del secolo scorso. Il merito di Bertelè è quello di restituire un’immagine a tutto tondo dell’intellettuale Pasolini, che soprattutto negli anni ’60 rifletté con costanza e profondità sulle forme e i contenuti che il teatro avrebbe dovuto assumere negli anni a venire – prova che nella sua mente il teatro non era assolutamente un genere secondario e di poco conto. Le sue tragedie borghesi sono opere in cui la parola prevale sull’azione e il dibattito culturale diventa il fondamento del futuro quanto utopico sovvertimento della società borghese massificata. Bertelè ci insegna che non è possibile capire Pasolini – e soprattutto il Pasolini che combatte contro l’omologazione culturale e la subdola morale borghese degli anni del benessere economico – senza mettere a fuoco la sua idea di teatro e tutti gli scritti che ruotano attorno ad essa. Orgia è forse la tragedia che meglio delle altre sottolinea l’intento provocatorio e dichiaratamente sovversivo del Pasolini degli anni ’60. Riconoscere la centralità del teatro pasoliniano è solo il primo passo nella riscoperta di un autore che da troppo tempo è considerato dall’opinione pubblica soltanto un polemista figlio dei suoi tempi, e che invece dimostra di avere ancora tanto da dire al presente che stiamo vivendo.