“Il linguaggio scurrile può essere una forma di induzione ipnotica a sé stante. «Ti piace il mio cazzo grosso, vero? Lo senti che ti riempie tutta? È grosso, eh? Ti piace bello grosso, eh, Stephany? Voglio sentirti urlare». Urla. Un altro metodo di induzione è creare uno schema, poi ripetere lo schema. Quindi variare lo schema. Dopodiché rompere lo schema. Il soggetto penderà dalle vostre labbra. Affamato di ripetizione. Potete passare tutta la vita aspettando che lo schema si ripeta”. Intorno al 2032 la Sottocommissione all’Istruzione del Senato degli Stati Uniti convoca i vertici dell’editoria per affrontare il crollo della capacità dei giovani di leggere testi lunghi e complessi. Il Senato individua nei videogiochi e nella pornografia online i responsabili dell’analfabetismo funzionale. Un editor di un grande gruppo editoriale ribatte citando le morti per overdose da fentanyl causate da banconote contaminate, e presenta come soluzione un misterioso Programma EEL. «Egregi colleghi, perché i libri sono messi al bando in così tante strutture di detenzione legale? In un mondo blindato di incarcerazione, perché continuiamo a negare ai detenuti un facile accesso alle copie di Moby Dick?». Chino sul microfono, l’editor chiede: «Senatori, perché ogni anno impediamo attivamente a migliaia di Piccoli donne [sic] di raggiungere i prigionieri a ogni livello del nostro sistema carcerario? Ogni anno! Ogni anno, le nostre forze dell’ordine bruciano altre copie de Il buio oltre la siepe e de Il giovane Holden…». L’editor lancia un’occhiata agli appunti sul tavolo. «Perché distruggiamo milioni di libri tutti gli anni?». Stacco. Ecco Samantha Deel, detta Sam. Tre sequenze tratte dalla sua memoria. Uno: in una sera d’inverno, durante una tempesta di ghiaccio che ha lasciato la famiglia senza acqua né corrente elettrica, i genitori di Sam e suo zio, paralizzato su una sedia a rotelle e iscritto nel registro dei criminali sessuali (benché paralitico, lo zio di Sam deve ancora fare rapporto al funzionario della libertà vigilata ogni settimana, e tutto perché una volta ha “dimenticato” la safe word mentre faceva sesso. Per la maggior parte della sua vita adulta, l’uomo passa ogni momento di veglia a borbottare fra sé: «Avocado. Avocado. Avocado. Avocado. Avocado. Avocado. Avocado»), siedono nella cucina gelida bevendo sciroppo per la tosse, mentre la piccola Sam li osserva. Sua madre, suo padre e lo zio storpio seduti nel cucinino gelido a tracannare NyQuil direttamente dalla boccetta. Sprofondati nel disgusto di loro stessi. Due: il funerale di Esmond Jensen, nella chiesa dei Deel, dove per tradizione le porte restano sempre chiuse tranne quel giorno. Sam, adolescente, canta nel coro sotto un’enorme vetrata istoriata raffigurante Gesù fra nuvole e angeli. Durante la funzione, un colibrì entra dalla porta aperta e resta intrappolato nella chiesa, sbattendo contro il vetro nel tentativo di raggiungere fiori dipinti privi di nettare, rischiando di morire di sfinimento davanti a tutti i presenti. Sam scende dalla cantoria, si toglie una scarpa e comincia a rompere pezzo dopo pezzo la vetrata con il tacco, per aprire una via di fuga all’uccello. Il vetro colorato si frantuma, resta solo l’intelaiatura di piombo che teneva insieme i pannelli: Sam vi si arrampica sopra, ferendosi mani e piedi, mentre i genitori e gli altri fedeli gridano il suo nome cercando di fermarla. Continuando a inseguire il colibrì sempre più in alto, Sam distrugge infine anche il volto di vetro di Cristo con un colpo di scarpa, aprendo un varco di cielo vero attraverso cui l’uccello riesce a fuggire. Subito dopo, l’intera struttura di piombo, ormai deformata, comincia a cedere sotto il suo peso. La folla inferocita vuole farle pagare questo affronto. Tre: svegliarsi in casa dei Deeluna mattina e trovare sangue nel water e sulla carta igienica, un segno apparente di morte imminente, salvo poi scoprire che si tratta soltanto dei resti di un’insalata di barbabietole mangiata il giorno prima. Stacco. Una meditazione immaginaria: un cancello di ferro, un vialetto di ghiaia, rose bianche, un colibrì che conduce lo sguardo verso quelli che sembrano abiti da sposa stesi ad asciugare ma che si rivelano in realtà fiori di brugmansia a campana. E poi, come una filastrocca, una serie di nomi di farmaci e sostanze…

Torna Chuck Palahniuk. Torna alla grande. Ed era ora. Shock Induction è ambientato in un futuro prossimo che odora di distopia e segue la vicenda di Samantha Deel, adolescente prodigio reclutata da un’organizzazione dalla natura assai opaca, Verdi pascoli, che acquista dalle famiglie i figli più promettenti per destinarli - dietro compenso miliardario - a un’esistenza di servitù intellettuale al servizio dell’élite plutocratica mondiale. Il romanzo si apre con un narratore anonimo che si rivolge direttamente al lettore, spiegando le tecniche dell’ipnosi e della manipolazione mentale - l’induzione tramite sovraccarico di dettagli, il frazionamento dell’attenzione, il reframing cognitivo, l’induzione visiva, la meditazione guidata, il sogno lucido - e invita il lettore stesso a immaginare le scene che seguiranno, come fosse soggetto di un esperimento. È l’intro a una trama che indaga i temi della sorveglianza di massa, della mercificazione del talento, dell’illusione del libero arbitrio in un sistema economico totalizzante. E che si distingue per una struttura frammentata e non lineare, con capitoli che alternano voce narrante, estratti di manuali fittizi, verbali di audizioni parlamentari e persino due capitoli composti da un’unica parola ripetuta. Questa architettura testuale non è casuale: Palahniuk l’ha concepita come un dispositivo per ipnotizzare letteralmente il lettore. In un’intervista rilasciata al podcast britannico “This Is Horror” Palahniuk ha raccontato che gran parte di Shock Induction è stato scritto durante un isolamento forzato provocato da una tempesta di ghiaccio nell’inverno 2023-2024, un periodo di assoluta privazione sensoriale in cui, a suo dire, “mushrooms made all the difference” - e non intendeva zuppe di porcini, ça va sans dire. L’utilizzo di funghi allucinogeni (peraltro legalizzati nello Stato di Washington) secondo Palahniuk gli ha restituito “una rinnovata capacità di scrivere scene emotivamente sincere”. Alla base del romanzo vi è anche una ricerca sul campo: lo scrittore ha infatti frequentato la convention HypnoThoughts Live per studiare da vicino le tecniche di induzione ipnotica poi trasposte nella struttura narrativa. Già nel 2021, peraltro, Palahniuk aveva pubblicato sulla propria pagina Substack una serializzazione intitolata Greener Pastures, ambientata nello stesso universo narrativo. Non scherziamo: siamo di fronte al lavoro più riuscito di Palahniuk da anni, a un ritorno alle origini, ai romanzi spiazzanti, alle trame urticanti, alle trovate stilistiche sperimentali dei primi anni: se questo è usare vecchi trucchi, come ha sostenuto qualche critico letterario statunitense, allora alzo le mani. Per quanto mi riguarda, trovo questo ritorno alle origini - già avviato da L’invenzione del suono in poi, ma non ancora compiuto finora - una vera boccata d’aria fresca dopo gli anni bui dei vari Dannazione, Sventura e Beautiful You. Shock Induction dialoga con un filone consolidato della narrativa distopica sulla mercificazione dell’infanzia e del talento: viene naturale il confronto con Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, per il tema dei giovani allevati a beneficio di un’élite invisibile, e con Il Cerchio di Dave Eggers per la critica alla sorveglianza tecnocapitalista. Lo stesso Palahniuk ha rivendicato un debito esplicito verso Rosemary’s Baby di Ira Levin, di cui ha ripreso - a suo dire - l’uso dell’ellissi narrativa per evocare l’orrore senza mai mostrarlo direttamente. A noi ha ricordato invece quella scena di Inception in cui non si capisce più bene in quale livello di sogno ci si trovi - non a caso lo stesso Palahniuk cita il film di Nolan parlando dei propri “nested loop” narrativi. E il capitolo-mantra sulla parola “avocado” ripetuta per pagine e pagine è l’equivalente letterario di quando Bill Withers canta “I know, I know, I know” in Ain’t No Sunshine: ti resta in testa, ti sfianca, e alla fine capisci che il tormentone non era uno strumento espressivo per giungere al punto: era il punto.