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La Malarazza

La Malarazza

È il mese di dicembre di un anno imprecisato ma certamente di poco successivo alla fine della Seconda guerra mondiale. Donna Angelina è seduta all’aria aperta davanti ad una grotta con il grembiule cosparso di bucce di mandorle. È intenta a pulire i preziosi frutti in previsione della preparazione dei dolci di Natale. Con lo sguardo la donna abbraccia l’intera vallata fatta di case povere, di masserie, stalle ed ovili. Improvvisamente compare una bambina di nome Nunziata e questo evento impensierisce la donna, che sbrigativamente ordina alla bambina di andarsene. Nunziata è figlia di uno “sbirro” e il marito di donna Angelina non approva la sua presenza in campagna assieme alla moglie. Nunziata è attratta da quella donna corpulenta che solitamente sta seduta davanti ad una grotta annerita dal fuoco e tutte le volte che può scappa dal paese per andare a trovarla. Col mento che arriva appena al piano del tavolo Nunziata guarda Donna Angelina mentre prepara i dolci. È incantata dalle mani della donna che sciolgono lo zucchero assieme alle mandorle e all’uva passa per i buccellati di Natale, e non trascura di occhieggiare i fichi secchi pronti ad essere utilizzati per un'altra preparazione. Nunziata non intende tornare a casa ed anzi sollecita la donna a tenerla presso di sé ogni qualvolta si devono preparare i dolci. La mamma di Nunziata non acconsente e sempre più spesso la bambina raggiunge la donna di nascosto. Il padre invece accontenta Nunziata e talvolta di mattina presto la sveglia per condurla da donna Angelina, consapevole che i buccellati si preparano all’alba…

La Malarazza è un romanzo ambientato nella campagna siciliana, in un lembo di terra isolana posta a ridosso di un paese costiero che ha subito bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. Sia il narrato che i dialoghi sono riportati secondo il linguaggio usato dai protagonisti, senza evidenziazioni o tentativi di “traduzione” del parlato in lingua italiana. L’ibridazione della lingua è frutto di una precisa scelta stilistica dell’autrice che ha ritenuto di far risaltare il vernacolo rispetto alla lingua italiana anche nei passi descrittivi dell’opera adottando tecniche di mistilinguismo ben conosciute in letteratura e praticate da svariati autori a partire da Verga sino a Pasolini e Camilleri. È dunque la peculiare operazione comunicativa portata a termine dall’autrice in tutte le pagine del romanzo che rende pregevole l’opera determinandone però, al contempo e per certi versi, anche il limite. Se difatti l’autrice ha realizzato un soddisfacente recupero di termini dialettali anche arcaici, inserendoli compiutamente all’interno di dialoghi e di parti narrative senza cadere nel bozzetto localistico, se è riuscita a dare voce ai diversi personaggi secondo registri linguistici dialettali diversi a seconda delle classi sociali di appartenenza ha senza dubbio limitato la comprensione del libro a quella fascia di pubblico lontana culturalmente e geograficamente dalla Sicilia alla quale possono risultare di difficile intellegibilità i termini e le costruzioni lessicali tipiche della lingua sicula che caratterizzano l’intera narrazione.