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Se avessimo mangiato il dolce

Se avessimo mangiato il dolce

È venerdì sera a Cortesforza, a sud-ovest di Milano, lungo il Naviglio Grande e Monica vorrebbe partire subito per la Puglia, nello stesso posto dell’estate precedente. Michele preferisce aspettare le cinque del mattino. Deve guidare lui la station wagon aziendale e non ama viaggiare di notte. Lei pensa già al mare e a uno di quei dolci che erano piaciuti tanto a loro figlio. All’alba sono in viaggio. Dai finestrini scorrono le ultime tracce delle marcite, sostituite da parcheggi, capannoni, depositi, concessionarie e villette. In autostrada spunta improvvisamente un grosso pastore maremmano. Michele non riesce a evitarlo. L’impatto è violento, ammacca la macchina e lascia sulla carrozzeria sangue e peli. Devono tornare indietro e cercare di organizzare rapidamente una ripartenza. Affidano il bambino ai nonni mentre Michele lava l’auto con il detergente industriale prodotto dalla multinazionale per cui lavora per cancellare le tracce dell’incidente prima di portarla a riparare. Ma il carrozziere intuisce lo stesso quanto accaduto e sentenzia che non può ripararla subito. Michele riesce a ottenere una vettura quasi identica, ma di colore bianco. Alla sua vista il figlio scoppia a piangere convinto che il cambio cromatico sia dovuto all’anima del cane investito. Si riparte, le stesse strade di poche ore prima, ma percorse lentamente e con un senso di insicurezza. Di nuovo l’area di servizio in cui si erano fermati dopo l’incidente, una pausa per riposare, solo mezz’ora…

Se avessimo mangiato il dolce di Giorgio Falco racconta dell’impossibilità di riportare le cose alla condizione precedente. La vacanza dovrebbe ripetere quella dell’anno prima: stesso luogo in Puglia, stesso mare, persino lo stesso dolce. Dopo l’incidente il protagonista torna indietro per ripartire da capo, cancella tracce, cerca di ripristinare tutto come prima e quando si accorge di non poter riparare l’auto la sostituisce, ricarica i bagagli e ricomincia il viaggio. Ma ogni ripetizione contiene uno scarto irreversibile. Tra ripetizione e irreversibilità si sviluppa il racconto. Innanzitutto, nel protagonista che spera di ritornare lui stesso come prima, ma anche in ciò che lo circonda: l’auto non è più la stessa, il colore di quella nuova cambia, le strade appaiono diverse. Anche il paesaggio porta impressa una trasformazione senza ritorno: un mondo agricolo divenuto periferia urbana, compresa la figura del pastore maremmano ormai fuori posto. Falco lega con grande precisione ambiente, lavoro e trauma. Con una prosa esatta, fredda, attenta a orari, merci, procedure e infrastrutture, mostra così la crepa che un evento casuale apre nell’ordinata esistenza del protagonista, fino a incrinare anche una famiglia i cui rapporti riproducono quelli del mondo aziendale. Nel finale il viaggio si arresta nuovamente nell’area di servizio: Michele si addormenta stringendo il volante e al risveglio non è più certo nemmeno di vedere moglie e figlio nello specchietto. Tutto è stato rimesso al proprio posto, ma nulla può più essere come prima.