La donna alla guida ha il volto cereo. Sta accompagnando Maria verso una struttura d'accoglienza per ragazze dove hanno un posto libero per i casi urgenti. La giovane guarda dal finestrino la sua infanzia che svanisce, mentre tutti i suoi averi sono chiusi in una valigia nel bagagliaio. Immobile e incapace di reagire, Maria rimane in assoluto silenzio durante tutto il viaggio tra foreste di abeti e paludi, sopraffatta dalla perdita dell'innocenza e dal peso dei ricordi dolorosi del passato. Consapevole della fine della sua amicizia con Elisabeth e convinta di custodire il male dentro di sé, si stringe le mani mentre il giorno lascia spazio alla notte… L’alce giace sul fianco. Thomas è inginocchiato accanto al ventre tagliato ed estrae le interiora con le mani. Vera Bergström scende dal quad e scarica la tanica dell’acqua, l’asciugamano e le casse di birra: tutto quello che serve per sabato, insieme al salame di renna. Il giorno dopo si troveranno da Thomas. La maggior parte dei membri della squadra di caccia si conosce fin da bambini. Appartengono a quel territorio e Vera non vede l’ora che arrivi il fine settimana dell’anno in cui tutti dormono nel capanno di caccia. Il raduno mattutino, la serata davanti al fuoco, le storie di briganti. Si strofina per scaldarsi mentre si dirige verso il cesso esterno dove, quando si pulisce, si accorge che sanguina: è sicuramente la menopausa. La nebbia comincia ad alzarsi, tra poco sarà possibile scorgere le montagne turchine della Norvegia. Thomas si alza e le chiede se ha sentito dell’omicidio: una donna assassinata, trovata da un proprietario terriero in una torretta di caccia nel bosco fuori Kall una settimana prima. Il responsabile dell’indagine preliminare gli ha telefonato e gliel’ha raccontato; ha chiesto l’aiuto dei cacciatori per trovare il cellulare della donna, prima di informare la stampa del sospetto che si trattasse di omicidio, ma non hanno trovato niente. Non ci sono andati direttamente i poliziotti perché erano impegnati a duecento chilometri di distanza. Vera pensa che sono nel mezzo di un territorio senza legge. Senza strade, solo bosco e nessun insediamento, fatta eccezione per alcune piccole costruzioni in legno grigio irraggiungibili dai più. Il sole comincia a sorgere. Capisce che Thomas si sta aspettando altre domande: la vecchia redattrice del giornale locale non si sente stuzzicata? Solo il pensiero di essere stata costretta a lasciare il quotidiano a cui ha consacrato la vita le fa ancora male. Le racconta che secondo la polizia è stata aggredita brutalmente e le suggerisce di fare qualche ricerca. Con sorpresa lei percepisce un fremito sotto la pelle. Quello che prima ha costituito il suo pane quotidiano, oggi somiglia a una vecchia e brutta ferita che finalmente ha smesso di grattare. Si scuote e il fremito si placa. Adesso lavora come assistente didattica a Järpen e la prima lezione inizia tra un’ora e mezza. Deve scappare se vuole arrivare in tempo a scuola. La sua macchina si trova giù in paese, e ce la farà solo andando a tavoletta. La distanza è di ore, sempre di ore…

In Sottobosco Sara Strömberg costruisce un noir che prende le distanze dal classico romanzo d’indagine: il delitto c’è, naturalmente, ma non è la ricerca dell’assassino a essere in primo piano. Al centro c’è Vera Bergström, una donna di cinquantasei anni che sembra portare addosso tutti i segni di una vita arrivata a un punto di rottura: ha perso il lavoro di giornalista, è stata lasciata dal marito dopo trentacinque anni di vita insieme, non ha figli, attraversa la menopausa e vive in una sistemazione precaria e poco dignitosa. Si sente vecchia, fuori posto, consumata. E proprio per questo è una protagonista insolita. La sua fragilità non viene mai trasformata in un tratto rassicurante o edificante. Vera è spesso scontrosa, irritabile, amareggiata, poco incline a piacere agli altri, e anche a se stessa. Non possiede le qualità tipiche dell'investigatore di tanti romanzi: non è brillante, forte, né sicura di sé. La sua curiosità nasce piuttosto dall'ostinazione, dal bisogno di capire chi sia davvero la donna trovata morta vicino a una torretta di caccia, Isabella Sandgren, e che cosa ci sia dietro quell’omicidio. La vittima aveva acquistato una vecchia casupola abbandonata nel bosco fuori Kall, non lontano dal luogo dov’è stata uccisa, e vi si era trasferita da sola qualche anno prima. L'indagine di Vera corre parallela a quella della polizia, ma i poliziotti – “una banda di pescifessi microcefali che nuotano in branco e sparano cazzate” – rimangono praticamente fuori campo. Non sappiamo davvero che cosa stiano facendo, quali piste seguano o quanto siano vicini alla soluzione: sappiamo soltanto dell’arresto di un presunto colpevole. Quella di Vera è una maniera imperfetta e istintiva di mettere insieme informazioni: una prospettiva che sottrae al romanzo una parte della consueta meccanica investigativa e lascia più spazio alle persone, ai luoghi e al passato. La Svezia settentrionale di Strömberg – una zona piuttosto poco popolata dello Jämtland – è fredda, umida, isolata, fangosa, a tratti quasi ostile. I piccoli centri come Ånn, Kall e Järpenle, le strade, le abitazioni, le strutture pubbliche e i boschi diventano parte integrante della trama. Accanto alla regione frequentata dai turisti, con i suoi ristoranti e le sue località di montagna, esiste quella di chi ci vive tutto l'anno e avverte sulla propria pelle la distanza delle istituzioni: “La redazione chiamava scherzosamente questa parte della regione il buco nero già all'epoca in cui lavoravo come redattrice della cronaca locale, come se ci fosse sempre qualcosa di più importante di ciò che accadeva nel Kallbygden”. Il contrasto non viene trasformato in una tesi esplicita, ma rimane costantemente sullo sfondo e dà alla narrazione una dimensione sociale molto concreta. La natura, inoltre, non viene soltanto descritta, si percepisce fisicamente. Ci sono l'umidità, la muffa, i vestiti bagnati, il sudore che cola, gli odori stantii, la sporcizia, il freddo che entra nel corpo, il vomito, la puzza, i rumori… Strömberg non cerca di rendere elegante ciò che racconta. Al contrario, porta il lettore dentro la materia delle cose e dei corpi. Questo realismo rappresenta uno degli elementi che danno al romanzo una sua precisa identità. In questo senso, anche il corpo di Vera – che cambia, che invecchia e che non risponde più come un tempo – non viene messo da parte per permettere alla protagonista di essere una figura “forte” secondo certi canoni letterari. Il corpo fa parte della storia tanto quanto la solitudine, la rabbia e il fallimento. Vera non combatte la propria età fingendo di non averla: ci vive dentro, spesso male, e questo la rende molto più concreta di tante colleghe costruite per risultare immediatamente simpatiche o affascinanti. C'è poi la storia di Isabella che acquista un'importanza sempre più grande: il passato entra nel presente e il delitto diventa anche il punto di accesso a esistenze segnate da scelte sbagliate, solitudine, colpe e conseguenze che si trascinano nel tempo. All’attività investigativa di Vera si intrecciano infatti, in capitoli in corsivo, frammenti della vita di Maria adolescente: gli episodi di bullismo, le privazioni, le amicizie, la malattia della madre e tutto ciò che, lentamente, andrà a segnare il suo destino. L'atmosfera è malinconica e dolorosa: non ci sono soltanto vittime e colpevoli nettamente separati, ma persone che, in modi diversi, sembrano essere state travolte dalle circostanze. La suspense non è costruita sull'azione. È una tensione lenta, che cresce mentre Vera porta alla luce il passato della vittima e, contemporaneamente, si espone sempre più al pericolo. Quello che rimane più impresso, alla fine, è il mondo che Strömberg ha costruito: un mondo periferico, povero di certezze e di prospettive, ma non privo di solidarietà; un mondo dove le persone si conoscono, si aiutano, si sopportano e vanno avanti insieme. E al centro di tutto c'è Vera, una donna che sembra andare a pezzi e che proprio per questo riesce a diventare una presenza sorprendentemente autentica.