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Il problema finale

copertina del libro

Ah, la Grecia! Nell’isola di Utakos, non lontano da Corfù, il giugno di quel 1960 sembra preludere a un’estate tiepida e luminosa. Il grande albergo di lusso è pronto ad accogliere i ricchi villeggianti per una vacanza placida e senza scossoni. Solo qualcuno storce il naso quando all’improvviso una violenta tempesta si abbatte su quelle coste, tagliando fuori l’isola dal resto del mondo. Poco male. Ė pur sempre un isolamento di lusso, con tutti i comfort e insieme a persone discrete e raffinate con cui fare conversazione. Niente riuscirà a rovinare loro il buonumore. Tranne, forse, un cadavere. Edith Mander, riservata cittadina britannica, viene trovata morta all’interno di un capannone prospiciente la spiaggia. Un suicidio, pare. Ma osservando meglio, troppe cose non convincono. C’è aria di messinscena. C’è aria di omicidio. Ecco che una tranquilla vacanza si trasforma in un incubo. La polizia, a causa del maltempo, non potrà intervenire se non da lì a qualche giorno. Il gruppo di spensierati gitanti precipita nell’incubo di dover convivere con un misterioso assassino. E se, azzarda qualcuno, uno di noi investigasse? Ė proprio una fortuna che tra di loro ci sia niente meno che Sherlock Holmes. Tutti gli sguardi si indirizzano verso uno degli ospiti, Hopalong Basil, attore ormai sulla via della dorata pensione. L’uomo si schermisce, ma quale Holmes! Era solo un personaggio, una cosa di finzione. Non penseranno, lor signori… In realtà lo pensano. Tutti. In fondo, per approssimazione, un attore che ha interpretato a lungo Sherlock Holmes è la cosa più vicina a un investigatore che ci sia in quel momento. Meglio di niente, alla fine. Soprattutto se i cadaveri iniziano a moltiplicarsi, e così il senso di inquietudine di chi rimane vivo. Tutti si chiedono, diffidenti e pieni di spavento, chi sarà il prossimo…

Si può scrivere ancora qualcosa di originale nel genere giallo classico? La risposta di Arturo Pérez-Reverte, in questo bellissimo Il problema finale, è un convinto no. Sembra che dopo scrittori come Conan Doyle o Agatha Christie tutto sia stato già detto, tutto sia stato già inventato. Ogni situazione, ogni meccanismo, ogni soluzione. E allora quale miglior modo per affermarlo se non scrivere un altro “giallo della camera chiusa”? Il salto di prospettiva di Pérez-Reverte è però ciò che rende il romanzo veramente affascinante. Il suo protagonista non è un investigatore come gli altri, ma un attore – di nome Hopalong Basil – che per anni ha interpretato sul grande schermo il ruolo di Sherlock Holmes, tanto che il grande pubblico ormai lo identifica in automatico con il mitico detective inglese. Il momento in cui assume la direzione delle indagini per l’omicidio che si verifica sull’isola rappresenta una gigantesca sospensione dell’incredulità, non tanto del lettore ma degli stessi personaggi. Sono loro a decidere, per quanto surreale possa sembrare, che un investigatore per finta è sempre meglio di nessun investigatore. E sempre loro finiscono per accettare le domande, le movenze, le soluzioni che Basil porta avanti in quella che diventa un’indagine vera, con deduzioni reali e scoperte acute. Basil/Holmes, affiancato ovviamente da un altrettanto improvvisato Watson, si cala talmente nel personaggio da diventarlo a tutti gli effetti. E scopre che la razionalità di Holmes, la sua attenzione per i dettagli, le sue straordinarie capacità deduttive, a forza di vestire i panni del suo famoso personaggio al cinema gli sono rimaste appiccicate. Un libro bellissimo, pieno di nostalgia, di citazioni e riferimenti colti che fanno la gioia degli appassionati. E all’approssimarsi delle ultime pagine, la domanda iniziale riflette la sua eco: si può scrivere qualcosa di originale in tema di giallo classico? Pérez-Reverte dice di no, ma il suo libro lo contraddice.