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Non sono morti gli dei

Non sono morti gli dei

Le creazioni mitiche dell’antica Grecia sono ancora vive: sono creazioni spirituali che, per la oro bellezza, attraversano il tempo e lo spazio. Diventano, così, un patrimonio inestimabile e il nucleo per fare poesia. Anche a distanza di secoli. Vive ancora la figura bella e tragica di Achille. Nata sotto il segno della slealtà, come recita la poesia di apertura. Perché Apollo, che annuncia a Teti che suo figlio avrà lunga vita, mente. Perché Achille morirà giovane e, in fondo, per mano dello stesso Apollo, nel corso della guerra con Troia. Proprio i troiani, sconfitti, umiliati ed esuli, diventano il paradigma di una condizione esistenziale. Nel cupo eterno ritorno dei medesimi lutti che travagliano l’umanità dalla notte dei tempi. Non a caso, è sempre la morte a travolgere Sarpedone, Patroclo, gli spartani immolatisi alle Termopoli. Mentre la cupa disperazione accompagna il viaggio di Ulisse, e la nostalgia del passato tutti i profughi. Perché ciascuno ha la sua Itaca. E il viaggio poetico continua in Macedonia e nell’Asia minore, tra le divinità che si insinuano in incantati paesaggi naturali. Mentre nelle corti, come quella di Dario, aleggia un clima di follia...

Le poesie di Kavafis, considerato il più grande poeta greco contemporaneo, sono un affascinante viaggio nel tempo. Nei suoi versi, finemente cesellati e dotati di una musicalità inconfondibile, che giustifica l’opportuna scelta di inserire nel volume il testo greco originale, rivive con un misto di nostalgia e languore, l’incantato mondo ellenico. Un mondo che non è soltanto quello omerico, così celebre per i suoi eroi. Ma è anche quella della tarda grecità, fino all’arrivo dei barbari che innescano il tramonto di un’epoca irripetibile. Il curatore e traduttore del volume, Aldo Setaioli, ha il merito di presentare questa antologia poetica in maniera accattivante. Anzitutto rinunciando, giustamente, al mantenimento delle rime nella traduzione. Perché questo avrebbe snaturato la resa del testo originario. Inoltre, limita all’essenziale l’apparato didascalico, lasciando al lettore il piacere di assaporare in tutta la sua bellezza questa parte importante dell’opera di Kavafis.