Quella mattina Roma si presenta con il suo volto peggiore: lo scirocco ha soffocato l’aria durante la notte e il sonno si è spezzato troppo presto. Sul comodino un improbabile barometro a forma di barboncino, comprato anni prima a una bancarella, conferma il verdetto: le zampe e la coda sono diventate di un rosa allarmante. È il segnale che la giornata sarà pesante da sopportare. Il sangue sembra scendere nelle pantofole, la volontà si affloscia, ogni progetto si scioglie. Poi arriva la notizia peggiore: di là c’è Vituccio. Vituccio compare senza preavviso, come sempre. È enorme, invadente, vanitoso. Ama esibire conoscenze influenti, favori ottenuti, donne conquistate. Anche lui è pugliese e si porta dietro un mondo che Antonio sperava di essersi lasciato alle spalle. Mentre attraversa l’appartamento, tra il caffè del mattino e il ritratto della madre che sembra ancora rivolgergli raccomandazioni, riaffiorano ricordi sempre più remoti: Raffaele Culacchione, quasi una leggenda, il vecchio “famiglio” di casa, stravagante, pauroso, incline ai dolci e alle compagnie femminili, protagonista di racconti ripetuti infinite volte. Le sue avventure, ridicole e commoventi, tornano a galla mentre il vento continua a soffiare e Vituccio continua a ingombrare la scena. La giornata è appena cominciata e il passato ha già aperto tutte le porte…

Pubblicato per la prima volta da Longanesi nel 1962 e oggi riproposto da Cliquot con la prefazione di Massimo Raffaelli, Gli inganni segna l’esordio narrativo di Sandro De Feo, nato a Modugno (Bari) nel 1905 e trasferitosi a Roma, dove frequentò l’ambiente di via Veneto e del Caffè Aragno, collaborando con “Il Messaggero”, “L’Espresso” e il “Corriere della Sera”, oltre a lavorare come sceneggiatore per Roberto Rossellini e Mario Soldati. La forza del romanzo sta soprattutto nella voce narrante. De Feo osserva i più minimi spostamenti dell’animo, irritazioni, nostalgie, ripensamenti. Lo scirocco che batte sulla capitale è una lente che altera il rapporto con la realtà e costringe a fare i conti con il passato. Antonio guarda con sospetto le proprie radici, ma non riesce a liberarsene; giudica Vituccio, eppure continua a riconoscere in lui qualcosa di familiare e necessario. Il libro ricorda gli scritti di Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati, anche se in De Feo l’ironia si accompagna raramente alla satira; c’è più malinconia, ma mai compiacimento. Roma è dipinta come un organismo che assorbe persone, memorie, illusioni. A più di sessant’anni dalla prima pubblicazione, colpisce la naturalezza della prosa, capace di passare dal comico al patetico nel giro di poche righe. Non sorprende che De Feo sia stato apprezzato da Eugenio Montale. La sua riscoperta appare una correzione necessaria della memoria letteraria italiana.