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Rosso Barocco

Rosso Barocco

L’attenzione di Fango è attirata dalla croce rossa per il braccio verticale e blu per quello orizzontale sul saio bianco di un vecchio monaco che, piuttosto agitato, sta mostrando al libraio Misericordia e al suo fido aiutante una scritta in nero spray sul muro della cripta di San Carlo alle Quattro Fontane, altrimenti detto “San Carlino” per le dimensioni ridotte. La scritta recita: “Mi salì addosso l’impazienza”, uno sfregio che mette il vecchio confratello in ansia: “Ma si può ripulire? E andrà via?”. Fango e Misericordia stanno benissimo nella cripta, soprattutto perché il caldo di Roma non dà scampo. Li ha spediti lì l’ispettore Ceratti che sta, invece, godendosi il fresco del lago di Como. È in ferie - d’altronde è il 14 agosto - ma tornerà operativo in un paio di giorni. San Carlino è opera dell’architetto barocco Francesco Borromini, eterno rivale di Gian Lorenzo Bernini. Anzi la chiesa è uno dei suoi capolavori. Nel chiostro, Misericordia chiede qualcosa al vecchio monaco, padre Mariano, soprattutto per quanto riguarda l’accesso di persone nella cripta e il sacerdote è costretto ad ammettere che con questo caldo si è appisolato e non ha visto nulla, ribadendo di vergognarsi tanto ma di aver chiesto invano un sagrestano giovane al suo superiore per aiutarlo. Soltanto alle quattro del pomeriggio, scendendo di sotto a spegnere le luci, si è accorto della scritta. Da persona colta qual è, il libraio parla subito di un messaggio non certo di uno svitato, ma di qualcuno che sa il fatto suo, perché “Mi salì addosso l’impazienza” è la frase attribuita a Borromini prima di suicidarsi...

Bernini e Borromini, ecco i due personaggi che ci guidano in questo secondo giallo dei fratelli Morini per le vie di Roma barocca. Un estratto di cultura, leggende e saggezza popolare nella “lotta” tra i due artisti che infiammarono la Città Eterna con le loro produzioni. E a raccontarceli i due consueti protagonisti, Misericordia e Fango, gli Sherlock Holmes e Watson di casa nostra, come tra loro si chiamano, con la complicità della giornalista, amica di entrambi, Cecilia. E la storia è tutta svolta tra le opere e i personaggi dei due artisti, pure il cadavere della studentessa di architettura non sfugge, uccisa come Sant’Agnese ai piedi della chiesa a lei dedicata in piazza Navona. Un “banale” amore non corrisposto, verrebbe da dire, praticamente niente davanti all’antagonismo degli artisti Borromini e Bernini, di cui i fratelli Morini non ci risparmiano fatti, misfatti e leggende, come quella legata alla Fontana dei Quattro Fiumi che si trova al centro della piazza e le cui statue, si dice, esprimano il disprezzo di Bernini nei riguardi della chiesa di Borromini: il Rio de La Plata ha il braccio alzato, quasi come un gesto di difesa contro il crollo dell’edificio e il Nilo è bendato per non vedere la struttura scadente. Niente di più falso, perché venne prima la Fontana e poi la Chiesa. Ma i Morini non si fermano ai due artisti, ma ci inseriscono anche i Barberini. A Roma si dice “Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”, ovvero “Quello che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini”, frase usata per indicare i danni, gli abusi e gli sfregi che perpetrò la nobile e potente famiglia nella Capitale. Ma tutto questo non sarebbe niente, senza l’arte dei Morini Brothers nell’intrecciare Storia, storie e leggende.