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Il crimine del Paradiso

Il crimine del Paradiso

Marsiglia, 3 giugno 1928. Il commissario Joseph Lèques, in servizio a Marsiglia, è preda di uno dei ricorrenti disturbi che lo affliggono dalla fine della Prima guerra mondiale. È una sorta di attacco di panico che lo assale all’improvviso: vertigini, tachicardia, visioni di feriti e cadaveri, un malessere persistente che tenta di placare con l’alcol, pur sapendo che non è certo questa la soluzione. È al Comptoir, una sorta di bistrot, che lo raggiunge Charlie Langlois, agente della sua brigata, sulle sue tracce da ore. Il comandante Reynaud li attende infatti alla stazione di polizia per un caso di estrema urgenza. Nel frattempo Charlie, con l’aiuto del portiere dello stabile, si è persino recato nell’appartamento del commissario per preparargli la valigia: alle 22.00 parte il treno che dovrà condurli ad Antibes, più precisamente a Cap d’Antibes, dove è avvenuto il rapimento del piccolo Oscar Livingstone, tre anni, figlio di una ricca famiglia americana residente a Villa Starlight. È stata la tata a trovare la cameretta vuota e, almeno per il momento, non è ancora giunta alcuna richiesta di riscatto. Reynaud li aspetta accanto a un’edicola all’interno della Gare Saint-Charles, raccomanda la massima attenzione e consegna a Lèques un fascicolo cartonato, chiuso da un nastro fermato da una fibbia metallica. Intanto un impiegato della compagnia ferroviaria PLM (Parigi-Lione-Marsiglia) annuncia l’imminente partenza del convoglio…

Guillaume Musso, fra gli autori più letti e venduti di Francia, approda al suo ventitreesimo romanzo, confermando una prolificità e una forza commerciale che ne fanno un autentico caso editoriale. Tradotti in quarantasette lingue, i suoi libri hanno superato i trentaquattro milioni di copie vendute nel mondo. Con questo nuovo titolo, pubblicato in una prima tiratura di 450.000 copie - una delle più elevate dell’intera stagione editoriale francese, eloquente testimonianza del peso commerciale del suo nome - Musso abbandona il thriller psicologico per cimentarsi, per la prima volta, con il romanzo storico, scegliendo come modello dichiarato il whodunit classico di Agatha Christie. A condurre l’indagine è il commissario Joseph Lèques, personaggio ispirato al bisnonno dello scrittore, reduce dalla Grande Guerra e segnato da un disturbo da stress post-traumatico. Fra gli ospiti della villa compare inoltre una giovane romanziera inglese, Agatha Harding, soprannominata “la regina del crimine”, evidente trasfigurazione della stessa Christie, qui immaginata mentre cerca ispirazione nel dramma per trasformarlo nel materiale di un futuro bestseller. In un’intervista concessa all’AFP poco prima dell’uscita del romanzo, Musso ha spiegato le proprie intenzioni: «Mi piace questo lato ludico, l’idea di far partecipare il lettore alla ricerca del colpevole, come nel gioco del Cluedo». Ha inoltre aggiunto: «Scrivo i romanzi che vorrei leggere come lettore. E, per me, la prima qualità di un libro è quella di far evadere, di permettere di fuggire dalla realtà quotidiana». Musso si presenta dunque come un artigiano dell’intrattenimento narrativo più che come uno sperimentatore della forma. Sul piano della costruzione, Il crimine del Paradiso si inserisce nella tradizione del roman à énigme di matrice anglosassone. Il motore della vicenda è il rapimento di un bambino in un contesto solo apparentemente idilliaco, attorno al quale si sviluppa una trama ricca di depistaggi, sospetti e personaggi ben caratterizzati, capaci di stemperare, con ironia e umanità, la tensione del racconto. Anche l’ambientazione storica è qualcosa di più di un semplice sfondo. Musso dissemina infatti il romanzo di riferimenti puntuali agli anni fra le due guerre; il più evidente è l’eco del celebre rapimento del figlio dell’aviatore Charles Lindbergh, avvenuto nel 1932, episodio destinato a diventare uno dei primi casi di cronaca nera di risonanza mondiale e a inaugurare una nuova stagione del sensazionalismo giornalistico. Nel complesso, Il crimine del Paradiso è una lettura piacevole, costruita con mestiere e sostenuta da un ritmo sempre efficace. Pur senza ambizioni di particolare innovazione stilistica, il romanzo convince per la solidità dell’intreccio e per il gioco di rimandi storici e letterari. Rimane tuttavia la sensazione che l’omaggio al giallo classico finisca, soprattutto nel finale volutamente spiazzante, per privilegiare il colpo di scena rispetto alla piena coerenza interna della vicenda, lasciando un’impressione tanto divertita quanto non del tutto appagante.