Carlo Amici, cinquantenne chef romano a sua detta “amato da tanti” e “ignorato solo da alcuni”, è proprietario di un famoso ristorante del Centro storico della Capitale. Assieme a lui, il personale di cucina e quello di sala con il quale condivide le difficoltà, gli entusiasmi e le fatiche quotidiane. Carlo vive solo, l’ecuadoreña Betta si reca da lui ogni mattina per tenergli casa come uno specchio, così da consentirgli momenti domestici di relax fatti di ascolto di jazz e bevute di qualità accompagnate da sigari pregiati. Carlo porta avanti con orgoglio il ristorante che suo padre aprì nel ’61 cercando di rispettare una tradizione la cui onorabilità sente riversarsi sulle proprie spalle. La vita di Carlo è fatta sì di ristorante e cucina, ma anche di vecchie conoscenze, vicini di quartiere e amici e poi si sa, anche i cuochi hanno un privato. E le vicende personali non sono sempre facili da gestire...

È sempre brutto quando, nostro malgrado, ci chiediamo rispetto a un libro: “Ma cosa sto leggendo?”. La copertina farebbe pensare a un testo di gastronomia, la quarta ci parla invece di un “Romanzo” il cui titolo ci dice che Il mondo sta tutto in cucina. Ci siamo. Ammesso che la cucina di Claudio Gargioli, Chef e proprietario di un famoso ristorante del Centro storico romano, sia grande abbastanza da contenere tutto il mondo, ci si augura che sia altrettanto capiente da poter ospitare anche l’ego dell’autore. Primo classico errore di chi non sa affrontare l’arte del romanzo: quello di pretendere di scriverne uno. Secondo errore rispetto al quale sono giustificati solo gli Svevo, i Melville e pochi altri: prendere un io narrante, dargli un nome di fantasia e parlare di sé stessi. Terzo errore: parlare di sé stessi con toni compiaciuti, proiettando l’immagine lusinghiera che si vuole dare. Non è difficile arrivarci: il nome del ristorante – che non cito - del “romanzo”, è lo stesso di quello dell’autore. E allora accade che questa sovrapposizione disorientante assuma il sapore dell’autopromozione e dell’autocelebrazione che la foglia di fico del nome di fantasia del narratore non basta a coprire. Poiché sia l’autore nella realtà che il protagonista indossano una giacca nera da cuoco (e basta co’ ‘sto chef...) l’io narrante è soprannominato “Blecchescieffe” (storpiatura romanesca di “Black Chef”), bene. Ma sentiamo l’autore/protagonista: “È il personaggio della mia trasformazione questo Blecchescieffe; lo riconosci dallo sguardo concentrato, dai movimenti sicuri, dall’autorità”. Dunque: un autore sovrapponibile ad un io narrante che si proietta in un personaggio che parla di sé in terza persona. Corto circuito, Black Out più che Black Chef. Ma attenzione, nella narrazione la parola è lasciata anche agli altri: “Senti Pippo. Lui è un grande. Sa quello che fa e se lo vedi nervoso è per il senso di responsabilità nei confronti di tutti”. Si tratta di una conversazione tra i suoi collaboratori che il protagonista ha carpito. E di chi stanno parlando? Chi è il “grande” in questione? Risposta esatta. Ma non sempre è necessario spiare le altrui conversazioni, c’è anche chi gli si rivolge in forma diretta, ad esempio per dirgli: “Chef, tu sei un poeta”. Per aggiungere un tocco di modestia e simpatia, il personaggio è totalmente proiettato verso la figura – ormai in declino, grazie a Dio e all’overdose televisiva degli anni passati - dello Chef plenipotenziario dotato di licenze speciali che, dimentico di essere un datore di lavoro come tutti gli altri e come tutti gli altri soggetto agli stessi limiti, si fa un vanto di entrare nella vita privata dei suoi dipendenti, arbitro in terra del Bene e del Male come il giudice nano di De André, dispensatore di insulti, punizioni o benevole carezze come un sovrano antico. Ma poi, in sintesi, quale sarebbe il tema del “romanzo”? Dov’è la sostanza? Per dirla alla romana, come piace all’autore: “’a ciccia ‘ndo stà? ‘Ndovella?”. Se togliamo le gesta di Blecchescieffe al ristorante, le vicende passionali private, le bottiglie di nicchia – tutte citate per marchio e annata - che l’autore/protagonista ama bere ascoltando, ben compreso in sé stesso, la musica che gli piace – tutta citata per autori e titoli - sul divano di casa sua, resta poco meno del fumo di quei sigari pregiati che gli piace fumare e dei quali, contrariamente all’autore, non cito la marca. E tornando alla domanda iniziale “Ma cosa sto leggendo?”, si faccia conto che è come trovarsi davanti a una pietanza della quale non distinguiamo né l’aspetto né il gusto e domandarsi, per nulla entusiasti, che diamine stiamo mangiando. Forse così è più chiaro.