Salta al contenuto principale

Mi sono mangiato il mondo

Mi sono mangiato il mondo

Molti di noi, viaggiando magari fuori stagione e un po’ alla larga dagli itinerari turistici tracciati con le transenne, prima o poi finiscono col farsi un giro in un mercato. Il mercato di una cittadina alsaziana, bretone o portoghese, oppure quello di Lavapiés, a Madrid, magari in un giorno feriale d’ottobre. Per vedere com’è la vita, la gente e anche incuriositi dal “che se magna da ‘ste parti”... Chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini da Frascati, si fa un giro un po’ più largo e ce lo fa vedere con le foto. Tanta Asia e posti remoti, cibo da strada, personaggi che diventano persone. Bellissime foto e non solo mercati: vita. Vita quotidiana e storie affascinanti come tutti i mondi che si celano dietro l’immagine di un volto e di un contesto. Il fascino di una storia affidata unicamente alla nostra immaginazione che resterà irrisolta; tutto questo a patto che il fotografo sia abile a selezionare tra gli scatti. Rubio lo è: e per questo non scorgiamo didascalie che limiterebbero l’evocazione che dall’immagine deve arrivare subito alla sfera emotiva, prima dell’elaborazione secondaria. Parole, quelle sì, ad interpolare le immagini con riflessioni concise e fondamentali. Un giovane uomo nero è semiseduto di tre quarti su un banchetto alto, con gli occhi guarda la sua mercanzia: delle zucche sulle quali ne campeggia una ben intagliata a mostrare la vividezza della polpa arancione, alcuni pomodori e della manioca. L’uomo ha la bocca aperta, sembra nell’atto di parlare. Alle spalle dell’uomo due cani vivaci guardano attenti nella direzione opposta a quella del venditore, verso la porta aperta di una rimessa, forse deposito o abitazione di cemento grezzo. L’uomo forse sta parlando all’anziana donna che non avevamo visto e della quale si scorgono a malapena una spalla, un lembo di gonna, un angolo di capelli bianchi, le dita di una mano poggiata dall’interno sullo stipite. Siamo certi ora, l’uomo sta parlando con lei, da fuori a dentro, i cani stanno tra i due. Quei cani sono cresciuti con la necessità di interpretare gli umani costantemente ed il più velocemente possibile, momento per momento, costretti a leggere al volo le situazioni. Per sopravvivere: ecco perché sono così attenti. Bene, questa è solo la prima foto, per cui, buon viaggio...

Alimenti e fotografia: connubio pericolosissimo di questi tempi. Come non cedere al food fashion di un food stylist che celebra la sacralità sull’altare del visual dishing? Se volevate questo, non scomodate Rubio. Se l’editore avesse voluto questo non avrebbe chiesto a Rubio. No. Perché quello che ne esce è un bellissimo reportage a tutti gli effetti. Fatto da uno che sa fotografare (non chiamatelo fotografo, detesta le etichette...) e che sa osservare perché affamato di rapporti umani autentici. Uno che ama i mercati. Perché i mercati sono ancora il luogo che meglio racconta una civiltà, un luogo d’osservazione privilegiato sul panorama umano. Ne scaturisce un oggetto concreto, da guardare e riguardare, da tenere sul tavolinetto basso del salotto assieme agli altri libri di fotografia preferiti ed ai libri di pittura e musica, di quelli che anche gli ospiti sfogliano, diventando oggetto di conversazione. Magari pure appoggiandoci sopra l’insalatiera con i tre etti di puttanesca quando siamo da soli, lo Chef non si offende. Magari attenti a non sporcare la copertina che avremmo preferito rigida per un’edizione di tale qualità. Stavolta suonerebbe stonato un “complimenti Chef!”, meglio un “Bravo Gabriele”. D’altronde non nascondo una certa simpatia per Chef Rubio, personaggio dalle caratteristiche “rugbistiche” (so che non gli piacerà, ma tanto rifiuta qualsiasi etichetta) il cui approccio diretto, confidenziale, concreto, umano e “trattoriesco”, ha l’ammirevole valenza di contrapposizione mediatica all’atteggiamento sprezzante degli Chef votati al business dell’arroganza e della mistificazione da reality televisivo del quale siamo, più che sazi, nauseati.