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Le guerre preziose

Le guerre preziose

L’hanno costretta a barattare la Casa con la camera di un ospizio in cui, le hanno detto, si prenderanno cura di lei. Certo, d’accordo, sicuramente sarà circondata da persone che mostreranno attenzione nei suoi confronti e soddisferanno i suoi bisogni, ma per avere questo ha dovuto allontanarsi da lei, dalla Casa, quella nella quale ha scelto di vivere tutta la sua esistenza. Di quella stanza all’ospizio a lei interessa soltanto la poltrona, l’unico mobile che è riuscita a portarsi dietro. È sempre stata una poltrona da vecchi, quella. Apparteneva al suo bisnonno, che lei non ha mai conosciuto, e in seguito alla prozia Babel, che se ne appropriava quando si recava nella Casa a trovare il resto della famiglia. Lei ora si riconosce nella morbidezza e anche nella polvere di quella poltrona. Pensandoci bene, lei è sicuramente la persona che ha voluto davvero molto bene alla Casa. Neppure l’entusiasmo del trisnonno, che quella costruzione l’ha voluta, ideata e realizzata, si avvicina minimamente all’amore che lei ha provato per quell’edificio. Gli ha voluto talmente bene da decidere di interrompere gli studi in città, troppo lontana, e di vivere nella Casa tutta la vita, rinunciando anche al matrimonio con Oktav – che le ha dato l’anello di fidanzamento un mercoledì pomeriggio su Ponte Nero – perché lui non avrebbe mai acconsentito a vivere una vita intera in quel luogo. Quando vuole ricordarla, chiude gli occhi e le immagini di ogni stanza, di ogni angolo, di ogni singolo dettaglio si disegnano nella sua mente. E lei ci si aggrappa con forza, quasi con violenza. Ricorda soprattutto la Casa come l’ha lasciata, qualche mese prima: i parquet sbiaditi, i muri scrostati, il vetro rotto di una vetrata, le stanze vuote e i corridoi freddi. Non le piace rammentarla così: vuole scacciare quelle immagini tristi e sostituirle con altre più vivide e colorate, ridipingere i colori dell’edificio che l’ha accompagnata per lunghi anni e viverlo nella sua rappresentazione più accesa, fatta di luci, suoni e odori che raccontano un’esistenza piena…

Perrine Tripier è una giovane insegnante francese che, con questo romanzo d’esordio, ha conquistato lettori e critica. Isadora, la protagonista, è un’anziana signora che, costretta a trasferirsi in una casa di riposo, ripercorre ricordi ed emozioni legate alla sua permanenza, lunga una vita intera, nella Casa, l’edificio costruito dal trisnonno e da lei abitato sempre. È un legame intenso, fortissimo ed esclusivo quello tra la protagonista e l’abitazione, impresso nella memoria di Isadora che ne fa dono al lettore ordinando ogni pensiero secondo una classificazione che rispecchia la ciclicità delle quattro stagioni. Il romanzo, infatti, è diviso in quattro capitoli, ciascuno dei quali si concentra sulle caratteristiche di una diversa stagione e, in parallelo, su momento salienti vissuti da Isadora e dal suo clan familiare all’interno della Casa. Grazie a una prosa elegante e immersiva, carica di immagini evocative e di metafore mai banali, Tripier mostra una saga familiare densa di episodi significativi, vissuti nel pieno delle estati assolate, o al riparo dai venti autunnali o dalle nevicate invernali. Ordinando i vari ricordi a seconda delle stagioni, Isadora – e il lettore con lei – si interroga sulle primavere della vita, sull’esplosione delle sue estati e sulla monotonia dei suoi autunni e si domanda quale sia il significato più profondo che valga la pena attribuire alle stagioni di una vita. Un flusso di ricordi che la penna dell’autrice fa scorrere in modo fluido e avvincente; un testo che invita a riflettere sul valore dei luoghi e sull’importanza dei ricordi e della memoria; una storia profonda e delicata che affronta temi classici – il valore dei legami familiari, lo scorrere del tempo, per citarne due tra i tanti – ma sempre attuali.