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Quel luogo a me proibito

Quel luogo a me proibito

Quando è nata lei, la vergogna ha già avuto modo di disseminarsi lungo i vari rami della famiglia, coinvolgendo in particolar modo il nonno paterno e la nonna materna. Il primo ha deciso di macchiare la sua onorata condizione di vedovo portandosi in casa una donna che non ha mai sposato, ma che gli è stata accanto a lungo, nonostante lui non abbia fatto altro che trattarla come qualcosa di superfluo e invisibile. E, anche ora che è morta, sul frontespizio del colombario nessuno ha messo la sua foto, e neppure ha scritto il suo nome, anche se la donna si trova all’interno, insieme alle ossa di molti altri. La nonna materna, invece, ha fatto l’errore di scegliere un marito basandosi sulla buona qualità delle scarpe che gli ha visto calzare. Ha atteso i trent’anni prima di fare il grande passo del matrimonio e nonostante tutto ha sbagliato, perché il nonno, oltre all’abitudine delle scarpe eleganti, le ha portato in dote tutte le preoccupazioni legate a chi non contempla il lavoro tra le proprie missioni di vita. Ecco allora che, dopo la separazione, la nonna non ha fatto altro che accettare - per poter restare il più possibile fuori da quella casa in cui è nata e in cui mai avrebbe pensato di dover ritornare dopo essere passata attraverso il vincolo del matrimonio - inviti a uscite, festive o feriali, da parte di amiche o semplici conoscenti. L’aneddoto che ha fatto maggiormente scalpore risale a molti anni prima, quando la nonna ha lasciato in casa sola la sua unica figlia, di quattro anni, per fare strada a una sconosciuta che stava tentando con ogni mezzo, compreso l’intervento di una chiromante, di riconquistare l’innamorato. La piccola, incuriosita dalle braci del camino, si è alzata dal letto e, nel tentativo di toccare quella sorgente luminosa, è caduta di pancia e si è ustionata. Ora sul ventre della donna non c’è più alcuna traccia di bruciature, ma il racconto di quella sera non si è mai spento e ritorna ogni volta in cui la nonna, ormai settantenne, non arriva a tavola, mentre i piatti della cena attendono fumanti...

In un Meridione arcaico, in cui la modernità non ha ancora lasciato alcun segno tangibile, una bambina senza nome - che diventerà una donna senza nome incapace di liberarsi dalle strette maglie della gabbia, fatta di costrizioni e regole, che a poco a poco le si è cucita addosso - cresce in un contesto bigotto, segnato dall’assenza di amore e dal rigore figlio del timore del giudizio sociale, e ne porta i segni per sempre. Una storia di non amore e di abbandono che graffia l’anima e rifugge, nella sua autenticità, ogni tipo di ipocrisia: la scelta attenta di ogni parola e di ogni immagine contribuisce a creare una storia in cui il lirismo è intenso e non esiste alcun termine fuori posto; tutto è perfetto come nel rito del tè giapponese. E la scrittura di Elisa Ruotolo - scrittrice campana il cui primo romanzo, Ovunque, proteggici è stato incluso nella selezione al premio Strega 2014, presentato da Dacia Maraini e Marcello Fois - ricorda molto il carattere minimalista della letteratura giapponese, salvo poi mescolarsi a una complessità di linguaggio che diventa uno dei punti di forza dell’intera narrazione. Un’infanzia dominata da regole castranti e generale disaffezione; anni che si srotolano tra silenzi, proibizioni e vuoti da riempire. Una tara di famiglia che la giovane protagonista si impone di espiare, imponendosi un’esistenza scevra di qualsiasi forma di divertimento o di piacere. Poi, con il trascorrere degli anni, la fatica di riconoscere il proprio corpo e di lasciarsi andare all’amore quando, per troppo tempo, non ci si è concessa alcuna distrazione. E a quarantadue anni, finalmente, la rinascita e la scoperta dell’amore di un uomo. La protagonista prende coscienza del proprio corpo e del piacere, smette di essere una donna bonsai - frenata da legature e lacci e incapace di sviluppare la propria femminilità - e, affrontando forse il nodo più difficile da sciogliere, opera una sorta di scelta. Un percorso travagliato e dolorosissimo, una storia carica di tensione in cui la Ruotolo, con un lirismo spesso mediato dalla poesia, presenta con precisione estrema, ma senza alcun moralismo, la battaglia interiore di una donna alla ricerca del coraggio necessario per assumersi la responsabilità del proprio piacere.