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Breakfast on tour

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Sawsan, ingegnera libanese, ha raggiunto l’Italia da Parigi per stare con il suo compagno Giacomo, ricercatore all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare; una scelta d’amore coraggiosa, che li ha portati a sposarsi ben tre volte: una volta con rito civile, una con rito cattolico e una di fronte ad un imam... Silvi e Olta, due giovani sorelle albanesi, sono cresciute nella casa dello studente di Firenze: colte, generose, sono sempre state educate a far sentire la propria voce. Vincono borse di studio da dieci anni, ed è dura dover lavorare il doppio dei colleghi per dimostrare il proprio valore... Gisela lavora e vive a Firenze, ma il suo cuore è rimasto in Argentina, la sua patria, tra rimpianti, preoccupazioni e speranze per il futuro. Adora dipingere forme astratte, e utilizzare materiali da riciclo: gli italiani, dice con stupore, lasciano davvero un sacco di cose preziose di fianco ai cassonetti... L’istrionico Pedro ha solo trentun anni ma ha già vissuto moltissime esperienze: vive solo da quando ne ha diciassette, attualmente fa il cameriere in un locale del centro di Firenze e fa parte di una compagnia teatrale di Pontedera; in precedenza, ha girato il suo paese, il Brasile, alla ricerca di palcoscenici e personaggi da interpretare...

(Stra)ordinarie storie di integrazione: Breakfast on tour in origine era una rubrica, curata dal suo autore, Giacomo Alberto Vieri, per “la Repubblica”, edizione di Firenze. La città toscana eletta a rotta ideale che unisce il nostro Paese al resto del mondo: una folla variopinta la attraversa, con valigie colme di progetti e speranze, ma anche di preoccupazioni, sensi di colpa, nostalgie profonde. Si sa, la scelta di lasciare la propria terra si paga a caro prezzo, e non sempre nella nuova casa ci si sente accolti come si dovrebbe. Ma c’è qualcosa di universalmente riconosciuto che aiuta chi è lontano a sentire un pò meno la mancanza delle proprie radici; un’esperienza che coinvolge tutti e cinque i sensi, e che soprattutto, contribuisce ad abbattere il muro della diffidenza: il cibo. “Il cibo ha un potere di coesione sociale estremamente forte, di cui io per primo mi sono stupito sedendomi a tavola con persone di ogni nazionalità: è un modo leggero, e allo stesso tempo dirompente, di cominciare una conversazione, è un veicolo di ricordi e aneddoti, di sensazioni. Un anestetico all’emarginazione”. Assaggiare qualcosa di estremamente diverso dal nostro è quindi il modo migliore per andare incontro ad un’altra cultura con rispetto e curiosità, con la voglia di scoprire cosa ci sia dietro quel particolare profumo o sapore. Così, di casa in casa, gli appuntamenti mattutini dell’autore (“L’enorme intimità che si crea di primo mattino: le distanze che si abbattono automaticamente quando suona il campanello, la prima luce del giorno filtra dalle finestre della cucina, e un ospite sconosciuto, sentito magari un paio di volte su whatsapp, appare in carne e ossa sulla soglia, e cerca nella tua vita. La colazione è l’entrata per eccellenza”) sono diventati anche un libro, un piccolo volume che spinge a grandi riflessioni: poche righe per storia ma tante emozioni in ballo, concentrate e messe a nudo, senza imbarazzo, di fronte ad una tavola imbandita: Alfajores argentini, Sfiha libanesi, Menemen turchi, tortillas spagnole, bignè senegalesi... Non è un libro di ricette, tiene a precisare Vieri nella sua prefazione, ma le dritte culinarie fanno comunque da contorno ad ogni racconto, così come gli aggiornamenti sulla vita dei protagonisti (le prime interviste raccolte sul quotidiano risalgono al 2016) soprattutto alla luce del nuovo “disegno” operato dalla recente pandemia. Qualcuno è restato, qualcuno è tornato. Qualcuno è ancora in viaggio.