Alena si trova ferma sul marciapiede di Bond Street, immersa nel flusso di turisti e gente che fa shopping. Mentre osserva un gruppo di ragazze uscire da un negozio con le loro borsette e i tacchi altissimi, ripassa mentalmente le regole che si è data. La prima: l’ora di pranzo è il momento migliore per entrare, perché le commesse sono poche e distratte dalla fame. La seconda: l’abbigliamento non conta — il suo prendisole giallo di cotone, nonostante provenga da uno scatolone di vestiti usati di una casa rifugio per donne, può sembrare di quella semplicità costosa che va di moda. La terza: evocare La Faccia, quell’espressione di altera indifferenza — sopracciglia appena alzate, mento aguzzo sollevato, palpebre a mezz’asta — che riesce a costruire sul viso senza sforzo e che stona volutamente con i capelli dal taglio strano e le spalle denutrite, disorientando chiunque la guardi. La quarta, che mette in pratica non appena spinge la pesante porta a vetri del negozio: attirare l’attenzione su di sé apertamente, non dare mai l’impressione di voler entrare di nascosto. Il corpo, però, tradisce la tensione — lo stomaco che brontola, il cuore che batte forte, le ascelle sudate — mentre l’aria condizionata la avvolge. Ad accoglierla c’è una guardia di sicurezza in elegante completo nero, un belloccio dall’aria patinata. Alena gli rivolge il suo miglior sorriso spocchioso, un freddo cenno di saluto. Lui, visibilmente imbarazzato, la chiama "bella" per poi correggersi goffamente, dicendo che intendeva che è un bel pomeriggio. Alena lo liquida con un’occhiata sprezzante e sale al terzo piano, dove inizia la sua ispezione delle calzature di lusso, cercando il paio di scarpe che corrisponde alla foto strappata da una rivista e nascosta nel reggiseno. La scena successiva si sposta nel tetro seminterrato del magazzino, dove Dave — la guardia di sicurezza — sta per consumare la sua pausa pranzo. È lui ad avere di fronte Alena, seduta allo stesso tavolo accanto al quale sfilano le commesse con le scatole di scarpe in bilico, che lanciano occhiatacce alla ragazza. Dave è nervoso. Sul tavolo, tra i due, ci sono le scarpe incriminate e la sua stagnola di sandwich aperta. Alena chiede se può mangiare e, senza aspettare risposta, afferra il suo sandwich — corned beef e sottaceti, quello che aveva bramato per tutta la mattina — e lo divora con morsi famelici. Tra un boccone e l’altro, i due iniziano a parlarsi: lui si presenta come David, Dave, e lei dichiara semplicemente che il giorno dopo andrà a cercare una stanza, che al momento vive in un ostello a Peckham e che viene dalla Siberia. Dave tenta di interrogarla con tono professionale, ma è visibilmente turbato. Quando lei gli strappa di mano una pallina di carta stagnola che lui stava facendo rotolare sul tavolo, riceve in cambio un lento sorriso beffardo. Dave le spiega che ha cercato di uscire dal negozio con le scarpe argentate ai piedi, che le sue infradito azzurre le sono cadute mentre camminava troppo in fretta e che ha fatto scattare l’allarme. Alena allora lo guarda negli occhi per la prima volta, si avvicina e, a voce bassissima, gli chiede scusa con parole semplici e dirette: è nuova, la città è grande e cara, ha fatto uno stupido sbaglio, le scarpe sono ancora lì e non è andato perduto niente. Dave, osservandola da vicino — i capelli color mattone, gli occhi chiari, le labbra rosse — sa già che farà quello che lei gli chiede. La sera, sull’autobus affollato e caldo, Dave ripensa all’accaduto. Ha lasciato andare Alena, le ha persino tenuto la porta e lei è uscita con le infradito azzurre ai piedi e un sorriso sulle labbra. Al ritorno dalla pausa pranzo, la direttrice Yvonne lo ha convocato nel suo ufficio e lo ha rimproverato duramente. Dave, sorprendendo se stesso, ha risposto con fermezza: conosce il suo lavoro, sa distinguere un taccheggiatore da una turista confusa, deve poter lavorare senza essere controllato a vista. Yvonne, stupita da quella reazione insolita in lui, ha lasciato perdere. A casa, nel suo piccolo appartamento sopra una rosticceria turca a Dalston, Dave non trova pace davanti alla televisione e scende a passare la serata in una sala scommesse, senza scommettere nulla, guardando le corse di cavalli e cani e pensando continuamente a lei: ai capelli sudati, alle labbra, all’orlo del vestito giallo sollevato dal vento quando era uscita…
Kerry Hudson, scrittrice scozzese nata ad Aberdeen nel 1980 in una famiglia molto povera e cresciuta tra case popolari, B&B e parcheggi per roulotte, ha costruito la propria poetica narrativa attorno alla vita di coloro che le istituzioni letterarie tradizionalmente ignorano. Autodefinitasi «the wandering Scot», Hudson con il suo romanzo d’esordio Tutti gli uomini di mia madre vinse lo Scottish First Book Award: con questo Sete consolida e approfondisce quella medesima visione del mondo, declinandola stavolta nella forma di una storia d’amore irregolare, lacerante e straordinariamente umana. Dave e Alena si incontrano nel reparto scarpe di un lussuoso grande magazzino londinese, durante una torrida estate. Lei ha provato a rubare della merce e lui l’ha bloccata. È da questo incipit apparentemente banale che si dipana una storia la cui complessità morale e psicologica va ben al di là dei canoni del genere. Alena, appena giunta nel Regno Unito, è caduta nelle mani di trafficanti sessuali ed è stata tenuta in ostaggio da un losco uomo d’affari russo e dal suo ripugnante figlio. In Dave, un ventenne turbato e ancora in lutto per la morte della madre, la ragazza intravede la possibilità di un conforto, una speranza per quanto fioca. Spiega l’autrice alla rivista “Bookanista”: «Ho deciso fin dall’inizio che non volevo incentrare la storia sul traffico sessuale: quella è la situazione di partenza della mia protagonista femminile, ma volevo concentrarmi maggiormente su Alena e Dave come coppia… sono persone ferite ed è per questo che la loro relazione è così burrascosa. Il libro parla proprio della loro storia d’amore». La domanda fondamentale che Sete pone, e alla quale cerca di rispondere attraverso la lenta, dolorosa tessitura della relazione tra i due protagonisti, è quella della resilienza dell’individuo di fronte al trauma: quanto lontano una persona può essere spinta e uscirne ancora intera, ancora capace di amare? Alena e Dave, entrambi alle prese con passati oscuri e contorti, trovano conforto nella compagnia esitante l’uno dell’altro — quasi come se cercare di capire l’altro offrisse un momento di sollievo dalle rispettive realtà. La struttura del romanzo procede per stratificazione retrospettiva: i passati dei personaggi vengono rivelati gradualmente, in frammenti, cosicché il lettore li conosce in modo analogo a come si conosce un essere umano reale — per approssimazioni successive, per silenzi tanto eloquenti quanto le parole. L’aspetto che più colpisce nella ricezione critica del romanzo è la capacità di Hudson di tenere insieme, senza mai scivolare nell’oleografia, registri narrativi apparentemente inconciliabili: il cronachismo del romanzo sociale, il lirismo della storia d’amore, l’analisi del trauma psicologico. I suoi personaggi sono reali, divertenti e difettosi, camminano nei posti in cui camminiamo noi, e mentre prestano attenzione alla bellezza, o alla bellezza brutta, del loro ambiente e delle persone che entrano ed escono dalla loro vita, vivono e respirano, vanno in bagno e mangiano patatine come facciamo tutti noi. Sete è uno dei romanzi britannici più significativi del decennio: una storia d’amore che è anche una radiografia impietosa e compassionevole delle disuguaglianze, della precarietà dell’identità e della persistenza, nonostante tutto, del desiderio umano di connessione e salvezza. Una storia d’amore ai margini.