Nonno, padre, un nipote che il nonno non reputa suo nipote e l’altro nipote, quello buono, che un giorno dovrà amministrare tutto questo: la casa, la campagna, il frumento, gli animali, una nonna che è solo un tintinnio di tazzina da tè sul piattino, una madre che sta al piano di sopra a sistemare la biancheria nei bauli, una cameriera qualunque portata nella dispensa dal nonno che non si interessa nemmeno di conoscerne il nome, il padre che prova a prendere la cameriera che invece lo rifiuta, del resto perfino l’amministratore non dà retta a questo idiota, idiota che forse non è nemmeno il padre di questi nipoti, sì perché le somiglianze non sono chiare, vuoi vedere che il nipote in realtà non è suo figlio, allora non sarebbe nemmeno il nipote, ma poi no, è idiota come suo padre, nemmeno il cavallo riesce ad addomesticare, meno male che c’è il nonno a tenere a bada tutti questi idioti, e pure l’amministratore che obbedisce solo al nonno, per far capire a questi chi comanda, perché c’è da amministrare la terra, e se servono le maniere forti, con questi idioti, vanno bene anche quelle, ci pensa l’amministratore che se serve sa usare anche la pistola, tipo con quel prete, mentre la nonna rimane lì a far tintinnare la sua tazzina da tè sul piattino, mentre la mamma rimane al piano di sopra, così lontana, così assente, come volti di fotografie dentro una cornice, senza vita, senza voce, senza nome…

Apnea. Per trovare un punto fermo (in senso letterale, come segno di interpunzione) bisogna arrivare alla fine del capitolo. Virgole, quelle sì, in abbondanza. Poi frasi pensate, frasi riportate, frasi censurate, frasi pronunciate: ma sono poche, pochissime. Apnea. Le frasi pronunciate contraddicono quelle pensate e viceversa, impossibile, anzi impensabile cercare un filo narrativo evidente. Apnea, anzi insonnia. Come in quel momento lunghissimo prima di addormentarsi, quando la mente ricollega liberamente gli eventi passati o si proietta su quelli futuri. Prima di addormentarsi non si pensa con la punteggiatura, un unico flusso indistinto e scomposto attraversa il cervello e le membra. Del resto come si potrebbe mai dormire, sovrastati da un nonno padrone, severo, prepotente, pressante. Idiota, idiota, idiota, così questo cerbero si riferisce al figlio e al figlio del figlio. Così si riferisce a tutti quelli che non fanno quel che vuole, che non fanno come vuole. Una figura maschile ingombrante, fastidiosa, dispotica che schiaccia tutte le persone che gli stanno accanto, donne come oggetti, nipoti come miseri fantocci. Insonnia. Quando arriva la mattina di una notte passata senza dormire, ci si sente stanchi e svuotati come alla fine di questo anomalo romanzo, in cui solo il senso della negazione, la rovina di tre generazioni, riesce ad affermarsi nel flusso ininterrotto della prosa. Un Portogallo rurale e quasi medievale, intriso di valori contadini portati all’esasperazione, ci proietta mentre leggiamo in un mondo in cui realtà e percezione sono intrecciati al punto tale da non poter essere sempre distinti. Una dinamica psicologica che Lobo Antunes, tenente medico e psichiatra, conosce molto bene. Impossibile leggere questo romanzo a tratti, facendo l’orecchio alla pagina: va letto tutto d’un fiato in una notte. Insonne.