Salta al contenuto principale

Una storia d’acqua

Una storia d’acqua

Lisbona, 30 gennaio 1574. Il responsabile dell’archivio reale portoghese è alla fine della sua vita. In realtà la sua lapide segnava l’evento già con oltre dieci anni di anticipo. Un errore. In quel giorno, Damião de Gòis sta per lasciare la vita di uomo, intesa come la banale forma terrena di un essere umano, per cominciare “la sua lenta trasformazione in carta”. Un esito non stupefacente, per chi impersona il glorioso archivio della Corona. E come accade alla carta incustodita, il suo corpo viene trovato carbonizzato il mattino seguente. Cosa resterà delle memorie di quel luogo prezioso? Non era soltanto un accumulo ragionato di testi e documenti ma, come tutte le istituzioni, uno strumento di potere. Paradossalmente, sempre sull’orlo dell’anarchia. Le informazioni arrivavano a valanghe e da tutto il mondo che il Portogallo navigava e conquistava: storie, lingue, contratti, testimonianze, mappe e itinerari. Non poteva essere altrimenti: “Lisbona aveva sempre approfittato della sua posizione, a metà strada dal resto del mondo”. Su Luis Vaz de Camões, invece, pendono taglie che mostrano le lingue più diverse, dal dialetto africano al giapponese. Scapestrato giramondo, è un avventuriero, donnaiolo, ma molto ambizioso, capace di reggere le redini di diverse vite, anche quella di poeta, vate fra i più grandi del Portogallo…

Di Damião sappiamo che un giorno finì per comprare anche il Trittico delle Tentazioni di San’Antonio, formidabile dipinto di Hyeronymus Bosch, forse proprio nella versione oggi presente a Lisbona, in una sala del Museo Nazionale d’arte antica. Pare che amasse circondarsi di opere dove la fantasia e la perfezione raggiungevano livelli eccelsi. Forse lo ammirava per ore, ossessivamente, cercando di decifrare i misteri alchemici nascosti. Sia Damião de Gòis sia Camões, protagonisti di questa epopea, sono realmente vissuti. E la loro anima ha pervaso l’anima dei loro connazionali, quasi in modo archetipico. Edward Wilson-Lee si serve di entrambi per condurci con prosa accattivante e migliaia di storie nel Cinquecento, secolo fittissimo di arte, di commerci, di segreti e di scontri fra civiltà, morali e personalità. A capitoli alternati, scopriamo aspetti della cultura europea ostici da afferrare ma indubbiamente fascinosi, irripetibili. Wilson-Lee, inglese è un appassionato studioso di Shakespeare, ma conosce anche, in un certo senso, il mondo alieno che il Portogallo aveva scoperto e conquistato. È cresciuto infatti in Kenya, dove i genitori lavoravano come documentaristi e naturalisti, per poi approdare nella culla della cultura classica, con studi a Oxford e Cambridge. In questo romanzo-documento si appropria dell’indole pioneristica del popolo che racconta, e sceglie l’acqua come elemento portante. Non un’operazione semplice: della natura di qualcosa che fluisce, cambia forma e diventa tempesta o fonte di pace è impossibile tracciarne una storia. E, come l’acqua, sconfinate e reciprocamente permeabili sono le idee e le aspirazioni.