Provenza, maggio 1940. Sul tavolo ci sono ancora gli spartiti: una frase musicale a metà, la matita appoggiata sul pentagramma come se il compositore avesse solo fatto un passo fuori e stesse per tornare. Invece Darius sa già che non tornerà, almeno non qui. I decreti sono arrivati, la conta delle leggi razziali è iniziata e l’incubo è ormai fisicamente sulla soglia di casa. Sulla piccola Fiat viene caricato tutto quello che si riesce a incastrare: la moglie Madeleine, il figlio Daniel, qualche valigia rattoppata. Il pianoforte resta lì. I manoscritti pure. Nella testa c’è spazio per una sola parola, che suona come l’ultima scialuppa disponibile: Lisbona. Più a sud, nello stesso caldo storto di una primavera avvelenata dalla paura, la baronessa Marianne stringe i due figli per mano e ordina di imballare i dipinti. Non sono quadri qualunque, e per questo sono pericolosi quanto lei. I nazisti sono già sulle sue tracce, e la polizia fascista italiana non sta a guardare. Tutto va nascosto, caricato e trasportato fino all’Atlantico prima che qualcuno riesca a fermarla. Da una direzione diversa, con tutt’altro passo, si muove il maresciallo belga Bertholet Flemal, che, invece di fuggire, insegue. Dodici anni prima, in una sera parigina che non ha mai smesso di tormentarlo, una giovane cantante di nome Evelyn Brélia è stata uccisa. Il caso è stato archiviato in fretta e furia, la guerra si è messa di mezzo, ma Flemal non ha mai dimenticato quel volto, e un dettaglio che continua a non tornargli. E ha deciso che, invasione nazista o meno, è il momento di chiudere i conti. Lisbona li aspetta tutti e tre. È l’ultimo buco rimasto in un continente che si sta sigillando. Chi può permetterselo ci arriva in qualche modo, mescolandosi a un’umanità disperata – artisti, perseguitati politici, spie inglesi e tedeschi in missione ufficiosamente dichiarata, aristocratici senza più uno Stato, avventurieri disposti a tutto. La polizia segreta del regime di Salazar sorveglia ogni albergo, ogni caffè dove le conversazioni si abbassano appena si apre la porta. Nei corridoi dorati dell’Estoril si giocano a carte partite che non riguardano il poker…

Ritrovare le atmosfere della Lisbona di Antonio Tabucchi non è un’impresa ordinaria, ma Lorenzo Della Fonte paga il suo debito narrativo con Sostiene Pereira in modo più che generoso e onesto. La città portoghese emerge come uno stato d’animo, un luogo di frontiera dove si respira ancora, sì, ma tenendo perennemente la guardia alta. Il fatto che Della Fonte sia musicista, direttore d’orchestra e compositore si sente nella struttura del romanzo. C’è qualcosa di sinfonico nel modo in cui i filoni paralleli si sviluppano, si avvicinano, si sfiorano e, alla fine, confluiscono: un primo movimento di fuga, un secondo di tensione investigativa, un finale in cui tutto trova il suo posto nella partitura. Non è la prima volta: i suoi romanzi precedenti, dai gialli con il capitano dei carabinieri Giovanni Bassan (Chopin non va alla guerra, Il codice Debussy) fino al più ambizioso Il senso del tempo, costruiscono sempre il racconto attorno alla musica come forza invisibile che muove i personaggi. Qui l’ambizione è più grande, e regge. Per chi ama il genere, il confronto più naturale è con Alan Furst, con quel modo tutto europeo di fare il romanzo storico-spionistico senza eroi di cartone. L’omaggio ad Agatha Christie, riconosciuto dall’autore stesso, dà al plot investigativo la giusta dose di logica senza scadere nel classico e freddo enigma della camera chiusa. La scrittura è il punto di forza: elegante, evocativa, mai saccente né decorativa. Lisbona viene restituita con grande precisione d’atmosfera. Il titolo, Una primavera candida e vermiglia, perde presto la sua patina poetica quando realizzi che la primavera in questione è imbrattata di polvere e sangue. È una lettura che non obbliga a scegliere tra il brivido del thriller e la densità della ricostruzione d’epoca: te li serve entrambi sul piatto. Alla fine, chiusa l’ultima pagina, resta quella sensazione un po’ vuota e malinconica di quando devi congedarti da personaggi che, nel giro di qualche capitolo, ti era sembrato di conoscere da una vita.