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Sopra i fiumi che vanno

Sopra i fiumi che vanno

Nel letto d’ospedale di Lisbona il tempo ristagna, torna indietro, si spezza. Dalla finestra arriva il rumore del treno dietro i pini, le montagne lontane, il riccio del castagno che da bambino stava all’ingresso del cortile. Attorno al letto si affollano figure che appartengono a epoche diverse, eppure sembrano presenti: la nonna che conserva barattoli di marmellata nella dispensa, il nonno sordo con il giornale sulle ginocchia, donna Lucrécia che chiama dai gradini con il bastone, la straniera bionda intravista accanto alla piscina dell’hotel degli inglesi. Ogni dettaglio riaffiora: il cappello di paglia con l’elastico rotto, le chiocciole sul granito, le lucertole immobili nei muri assolati, il profumo delle cucine, i topolini di cioccolato regalati per calmare la paura. Nel corridoio dell’ospedale il rumore delle suole si confonde con i ricordi delle processioni funebri del paese, mentre la barella sembra trasformarsi in un carro diretto verso il cimitero. La mente scivola continuamente dall’infanzia alla malattia, dalla stanza operatoria alle sorgenti del Mondego, in un flusso dove la morte è insieme minacciosa e quasi grottesca, popolata da pagliacci, animali, vecchie contadine e medici che parlano sottovoce. Eppure, dentro quella paura ostinata, sopravvive ancora un desiderio infantile di protezione: una lampada accesa, una mano sulla fronte, qualcuno che dica semplicemente “stai benissimo”…

Con Sopra i fiumi che vanno, António Lobo Antunes porta all’estremo la propria scrittura fluviale e ipnotica, trasformando una degenza ospedaliera in un viaggio dentro la memoria. Il romanzo nasce da un’esperienza autobiografica — il ricovero dello scrittore per una grave malattia — ma evita qualsiasi tono confessionale tradizionale: la voce narrante si dissolve continuamente tra prima, seconda e terza persona, in una corrente dove presente e passato convivono senza gerarchie. La punteggiatura ridotta al minimo, i bruschi cambi di scena, le frasi spezzate e musicali costringono a entrare nel ritmo mentale del protagonista più che a seguire una trama lineare. Non è una scrittura accomodante, ma possiede una forza poetica rara, capace di trasformare un odore, una parola o un oggetto in detonatori emotivi. La critica ha spesso accostato Lobo Antunes a William Faulkner e a Céline per il flusso di coscienza e la deformazione del tempo narrativo, ma qui emerge anche una dimensione lirica profondamente portoghese, legata ai versi di Luís de Camões e all’immagine del fiume come simbolo del tempo che trascina ogni cosa verso la foce. Le memorie coloniali e politiche che attraversavano romanzi come In culo al mondo o Lo splendore del Portogallo qui lasciano spazio a un confronto più intimo con il corpo, la malattia e la dissoluzione dell’identità. Ne nasce un libro duro e struggente, dove la letteratura sembra funzionare come ultimo antidoto contro la scomparsa: una voce che continua a parlare anche quando tutto il resto vacilla.