Salta al contenuto principale

Camera d’albergo

Camera d’albergo

Boca entra nella stanza d’albergo senza grande entusiasmo, eppure sta per concedersi un attimo di piacere con Darlene, una prostituta rimorchiata nelle strade sempre generose di New York. Darlene è ovviamente a suo agio e per far rilassare anche Boca prima si toglie qualche vestito, poi comincia a preparare una sigaretta distensiva alla marijuana. Boca ordina un whisky, poi nell’attesa regola il conto e si prepara per consumare. Bussano alla porta, sarà il cameriere: invece è Lou, che entra trafelato e si impossessa di divano, bicchiere di whisky e di Darlene. Boca è all’inizio su tutte le furie, poi si rassegna ad essere spettatore, a guardare i due corpi che si avvinghiano ed ansimano mandando in fumo ogni tipo di progetto. Lou, invece, non ci fa caso, anzi per lui è normale intromettersi nella vita di Boca, un po’ come ha fatto con la sua famiglia, la moglie Felicia ed il figlio Arthur. Anzi, a volte i piani sembrano quasi confondersi. Alla fine Lou fa una doccia e con Boca riprende una discussione serrata per evocare il recente passato, soprattutto ricordare Felicia, sotto lo sguardo curioso di Darlene, che finisce per perdersi in quel dialogo da cui è esclusa. Anche Darlene ha una sua storia, ma non sembra interessare ai due cinquantenni. Darlene profitta di un’ennesima bussata alla porta, la cameriera, per sfilarsi ed andarsene; Lou fa lo stesso, ricordando a Boca di non fare tardi, di lasciare anche lui al più presto la stanza. Boca è stanchissimo, si appoggia sul divano, un altro sorso di whisky e piomba in un sonno profondo. Ma chi è adesso che bussa a quella dannata porta?

Camera d’albergo è una raccolta di tre pezzi teatrali pensati per una serie televisiva destinata alla TV inglese (HBO) di inizio anni ’90: lo spunto si deve a David Lynch, visionario e inquietante autore di Twin Peaks, ma l’affidamento è a Barry Gifford che esegue il ‘compito’ con notevole maestria. Dati pochi vincoli - l’ambientazione in una stanza d’albergo, la 603, di New York e in un’unica giornata -, Gifford riesce a mettere in scena inquietudini e stranezze della quotidianità dell’americano medio: i dialoghi secchi e serrati, fatti di botta e risposta repentini, senza grandi monologhi, e lo stile asciutto della normalità celano un mistero velato di piccoli, grandi segreti, scheletri nell’armadio, che generano, in chi legge ed in chi guarda, una sensazione di crescente disagio. Gifford si inserisce sulla scia di una tradizione cinematografica fortunata che ha in Psycho di Hitchcock e Shining di Kubrick i massimi esponenti, riuscendo ad imprimervi una traccia autobiografica: il padre, Rudy, noto farmacista-gangster, ha vissuto a lungo in un hotel, il Seneca, di Chicago, dove Barry ha trascorso parte della sua infanzia. La casa editrice Jimenez ripropone dopo trent’anni dalla sua prima pubblicazione una trilogia che sicuramente è interessante e stimolante da leggere. Dello stesso avviso Sandro Veronesi che ne ha curato la prefazione.