È piena estate quando Sara cade dal quarto piano. Ora che non c’è più, tuttavia, è più presente di quanto non sia mai stata. Ora che si è fatta aria, e aria soltanto, non desidera altro che respirarla. Ora che non è più in grado di allungare le mani per toccare gli oggetti che la circondano, vorrebbe fare solo quello. Le manca il fatto di non possedere più un cuore e di non sentirlo battere. Ora che è puro spirito, gira di camera in camera nell’albergo in cui era impiegata come cameriera, vede letti sfatti dopo il sonno – o dopo l’amore – e ne vede altri ordinati e pronti per nuovi corpi che li abitino. Sono invitanti, i letti. Sembrano bocche aperte pronte ad accogliere chiunque voglia lasciarsi andare al sonno e al riposo. Dopo la sua morte, Sara va al suo funerale, per scoprire chi è stata in vita. Viene celebrato in una giornata di giugno, ma è ancora freddo e la gente indossa il cappotto; la cerimonia è piuttosto deprimente e al cimitero viene messa una lapide con inciso il suo nome e le date di nascita e morte. C’è anche una foto, ovale, che si sbiadirà con il tempo... Else ha raggranellato qualche spicciolo, per lo più monetine da uno, due, cinque o dieci penny, alcune ancora scintillanti come se fossero nuove. È bello quell’angolino lì fuori dall’hotel – lo stesso da cui Sara è precipitata – e, poiché lei riesce ad accucciarsi buona buona nella rientranza del muro vicino all’ingresso principale, può passare inosservata e il personale dell’hotel finge che non ci sia e la lascia in pace... Lise è a letto, ha la mente confusa e fissa il lampadario. Non sta bene e spesso Deirdre, quando viene da lei, seduta ai piedi del letto e con la penna in mano, le chiede di raccontarle tutto ciò che ricorda. Cose qualsiasi, sull’hotel per esempio, lo stesso da cui Sara è precipitata, lo stesso davanti al quale Else staziona, lo stesso nel quale lei è la receptionist. Probabilmente a Deirdre interesserebbe sapere che le cameriere che Lise ha conosciuto all’hotel, quelle più coraggiose, hanno l’abitudine di pulire la tavoletta del water delle camere con l’asciugamano per il viso dei clienti. Oppure che controllano il contenuto delle loro valigie e si divertono a misurarsi i loro vestiti...

Un hotel – il Global Hotel – e cinque destini: Sara, giovane cameriera che al suo interno va incontro alla morte; Else, una mendicante che staziona all’esterno della struttura; Penny, una giornalista all’affannosa ricerca di notizie e di un briciolo di attenzione; Lise, la receptionist dell’albergo e Clare, sorella di Sara, alla ricerca di verità. Cinque voci narranti diverse, che si raccontano e raccontano le loro fragilità che si sfiorano e si intrecciano in una storia che, dopo un incipit potente e spiazzante allo stesso tempo, si legge dalla prima all’ultima pagina senza interruzione. Cinque protagoniste che accompagnano il lettore verso la consapevolezza che lungo il percorso della vita nulla è facile, che il dolore e la malattia sono una costante alla quale è difficile sfuggire, che la presa di coscienza relativa alla certezza della morte non deve tuttavia dissuadere dal desiderio di viverla la vita, di prenderla a morsi e goderne. Attraverso salti temporali che a volte spiazzano, Ali Smith offre al lettore un romanzo che ha per protagonista, oltre ai personaggi veri e propri, anche e soprattutto la scrittura: si tratta di una prosa audace che guizza tra le righe, si fa materia viva e fluida, si insinua sottopelle e diverte ma commuove, affascina ma indigna, racconta la morte ma è vita. Un mondo al femminile che l’autrice mostra ma non spiega fino in fondo, rendendo il lettore parte attivo della narrazione. Un testo grintoso e coraggioso, una buona prova autoriale, insieme leggera e profonda, che invita a ricordare che “La felicità è quella cosa che ci rendiamo conto di provare un secondo prima che sia troppo tardi”.