24 dicembre 1930, Gibbsville. Luther Fliegler è a letto, sveglio, accanto a lui dorme sua moglie Irma. La desidera, ma teme il suo rifiuto. Quando è stanca lo respinge e oggi ha cucinato tutto il giorno e decorato l’albero. Hanno avuto tre figli in dieci anni e sa che lei non vuole rischiare altre gravidanze. Tergiversa, ma il desiderio è troppo e inizia ad accarezzarla. Irma apre gli occhi, prima lo sgrida, alla fine cede altrettanto entusiasta. Quando Luther si addormenta lei resta a osservare il loro quartiere oltre la finestra. Lantenengo Street coperta di neve è immersa nel silenzio. Di fronte ai Fliegler abitano i Bromberg. Ebrei. La loro presenza svaluta il quartiere e chissà se ne arriveranno altri, il rischio è che i loro figli e gli altri “bambini come si deve” imparino a parlare con accento ebraico. Torna a letto e spera di non essere rimasta incinta. Rimugina sui propri diritti: l’essere sposata con Luther che appartiene a Gibbsville da tempo, l’essere nipote di nonno Doane, premiato con una medaglia dal Congresso nella Guerra di Secessione. Mentre pensa alla famiglia percepisce il rumore di una macchina all’esterno. Probabilmente una macchina della Compagnia, che uno dei capi sia stato chiamato alla miniera per un incidente alle tre del mattino? Per fortuna Luther vende Cadillac per vivere, non rischia la vita e non torna a casa lurido. Irma immagina la festa da ballo della vigilia al circolo Lantenengo. Forse il prossimo anno anche loro ci andranno, se avranno i soldi per l’iscrizione. È fortunata ad aver sposato un uomo onesto, equilibrato e non uno come Julian English. Chissà se lui e sua moglie Caroline sono impegnati nell’ennesimo litigio. Gli English, come gli Hofman e gli Odgens costituiscono i frequentatori più solleciti del circolo. Alle tre di mattina la festa è al suo apice e sono tutti brilli, la bibita preferita è composta da whisky di segale con soda allo zenzero, solo pochi bevono whisky scozzese. Harry Reilly è impegnato a raccontare una delle sue barzellette sporche, col suo accento irlandese e le parole che sibilano a causa della dentiera non allineata. Julian English siede davanti a lui, lo detesta ma non sa bene perché, così fantastica sulla possibilità di gettargli in faccia ciò che sta bevendo. Immagina il liquido schizzargli il volto e gocciolare lungo il panciotto, un cubetto di ghiaccio centrargli l’occhio. Lo metterebbe in imbarazzo davanti agli altri, qualcuno ne riderebbe di certo. Per quanto pieno di soldi Reilly non ha ancora una posizione sociale solida a Gibbsville. Julian è distratto dall’arrivo di Ted Newton, il dentista, che beve l’ultimo whisky della serata al tavolo dei liquori prima di accompagnare la moglie incinta a casa. Scambiano qualche parola, mentre l’orchestra suona una canzone dopo l’altra. La serata procede, le coppie ballano, la musica continua e d’un tratto il fatto che Julian English ha gettato il contenuto del suo bicchiere in faccia a Harry Reilly diventa argomento comune…

Appuntamento a Samarra è il primo romanzo scritto dallo statunitense John Henry O’Hara (1905-1970), sceneggiatore, reporter, prolifico autore di racconti, saggista, apprezzato da Ernest Heminguay e John Updike, inviso a molti colleghi per i suoi scatti d’ira (dovuti anche all’abuso di alcol, come il suo personaggio, Julian English). Pubblicato nel 1934 il romanzo è tutt’oggi nella lista dei cento libri più importanti della letteratura americana del XX secolo. La cittadina immaginaria di Gibbsville è ispirata alla città natale di O’Hara, Pottsville in Pennsylvania. L’appartenenza a una certa classe sociale caratterizza la percezione che i suoi personaggi hanno della vita e del loro ruolo nel mondo. Lo stesso O’Hara è nato in una famiglia benestante, ma in seguito alla morte del padre ha dovuto rinunciare agli studi a Yale e ai suoi privilegi, l’importanza dei quali è ben sottolineata a Gibbsville, tra i membri del circolo di Lantenengo. Julian English è il figlio di un rispettabile medico, è di buona famiglia ma il nonno è stato accusato di appropriazione indebita e il sangue cattivo sembra aver saltato una generazione per poi scorrere in lui (così teme suo padre). Julian ha 30 anni, è affascinante, fa parte di un circolo esclusivo, ha una concessionaria d’auto e vende costose Cadillac. Fa affari con Ed Charney, il boss locale, ha una bellissima moglie che ammira F. S. Fitzgerald, si comporta come se tutto gli fosse dovuto, ma ha il vizio di bere oltre misura e questo lo porta a perdere lucidità, al punto che tre gesti compiuti durante lo stato di ebbrezza determineranno la sua caduta sociale. Nel giro di appena tre giorni l’altezzoso Julian English andrà incontro al proprio destino: “Esiste ancora qualcosa che io non abbia fatto? Qualcuno che io non abbia insultato, direttamente o indirettamente…?”. È a quest’esito, infatti, che fa riferimento il titolo dell’opera. Una citazione che è debitrice del dramma di William Somerset Maugham Sheppey del 1933 (è anche la sua ultima opera teatrale). A sua volta ispirato a un antico racconto mesopotamico che ha come protagonista la Morte e il fato a cui nessuno può sottrarsi. Il romanzo fa esplicitamente riferimento al sesso, coniugale e non solo, allude ai corpi femminili senza remore e questa franchezza è valsa a O’Hara una certa ostilità tra i critici benpensanti e accuse di volgarità. Tra i detrattori del libro anche il Premio Nobel Sinclair Lewis. Accuse che possono far sorridere i lettori smaliziati di oggi. L’opera descrive con lucidità le dinamiche della vita sociale nella provincia americana, l’ipocrisia e il perbenismo di facciata che nascondono le pulsioni, i vizi, il classismo radicati. Lo stile di O’Hara è privo di fronzoli, schietto e il romanzo vanta dialoghi vivaci. Una scrittura vecchia di quasi un secolo, che ancora brilla, elegante e arguta.