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Tormenta

Tormenta

Inverno a Lawford, New Hamphsire. Se non ne hai trascorso lì almeno uno nella vita non sai cosa vuol dire avere freddo. È gelido, spietato, lunghissimo. Così lungo che sembra non avere mai fine, assomiglia a una condanna per un delitto che nemmeno sai di avere commesso. Quando poi tira il vento sembra una frustata sulla faccia, per andare avanti devi camminare a capo chino e non vedere nessuno, non parlare con nessuno. È l’inverno del New Hampshire, ma somiglia tanto alla vita. Se cresci in un posto così puoi venir su in un modo solo: arcigno, scontroso, asociale. I tuoi amanti si chiamano alcol e violenza. Rolfe è riuscito ad allontanarsi e a rinascere altrove, con una vita normale. Ma suo fratello Wade è un tipico prodotto di quel clima. Mezzo poliziotto, mezzo operaio e ruspista, da qualche tempo anche mezzo padre. Sua moglie l’ha piantato, lui e la sua squallida roulotte che con inspiegabile ottimismo si ostina a chiamare casa, gli ha portato via la figlia che ora a malapena si ricorda di lui. Wade vive le sue giornate macerandosi in un rancore malmostoso rivolto a tutti e a nessuno, si arrabatta nell’illusione di tempi migliori che però sono solo un progetto generico, senza contorni, che in sostanza non fa nulla per realizzare. Rolfe sente di quando in quando Wade, e ogni volta la telefonata è una pena. Hanno sempre meno cose da dirsi, sino a quando Wade tira dentro alla conversazione un fatto strano. Un tizio di nome Twombley su in montagna è morto mentre dava la caccia a un cervo con Jack Hewitt che gli faceva da guida. Twombley era pieno di soldi e aveva un fucile nuovo di zecca che costava quanto il suo stipendio di sei mesi, ma quanto a saperlo usare, beh... tutto un altro paio di maniche. È partito un colpo e bum, dritto al petto. Morte praticamente istantanea. Ne parlano tutti, giù in paese. E ne parla anche Wade al fratello Rolfe. Ma non tanto per fare pettegolezzi, quanto perché in tutta quella vicenda c’è qualcosa che puzza. Un incidente, dicono. Wade, chissà perché, non ne è tanto sicuro...

Violenza e miseria sono i temi portanti di Tormenta di Russel Banks. In primo luogo la miseria umana dei protagonisti, che portano avanti vite sfilacciate e depresse, intrappolati in un incedere di giorni sempre uguali e senza nessuna prospettiva di cambiamento. E poi la violenza che si genera in automatico dall’assenza di umanità, figlia anch’essa di una condotta di vita anaffettiva verso tutti e tutto. Wade Withehouse è un fallito sotto molti punti di vista. Come marito, come padre, come uomo. Si arrabatta al soldo di un satrapo locale che lo comanda a bacchetta per un salario ridicolo, vive in una sporcizia materiale e morale, non ha prospettive. Odia tutti perché non è abituato ad amare, come il cane che è sempre stato bastonato sin da cucciolo. Il freddo del New Hampshire è l’humus ideale per far germogliare piante come lui, nate già avvizzite. La tormenta seppellisce di neve anche gli animi più caldi, divide anziché aggregare. L’incedere di Banks è anch’esso rallentato, la storia è raccontata dal punto di vista di Rolfe ma lungo la via a volte sfuma sino a diventare narratore onnisciente, i pochi momenti di azione sono anch’essi più che altro una serie di scene statiche, senza guizzi, un ritmo che rimane sempre fedele a se stesso. Banks ha una scrittura molto scarna, mostra anziché descrivere, come nella tradizione della scuola americana. Una storia a metà strada tra il noir e il western urbano, una lucida discesa negli abissi della cattiveria umana. Da questo libro è tratto il film del 1997 Affliction, con protagonisti tra gli altri Nick Nolte, James Coburn, Willem Dafoe.