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L’imperatore della gioia

L’imperatore della gioia

In una minuscola cittadina del Connecticut, un ragazzo di diciannove anni cammina incurante della pioggia fino ad arrivare al ponte di Re Filippo, così chiamato in onore di un vecchio capo indiano che aveva guidato una famosa rivolta contro i Puritani. Il ragazzo scavalca il parapetto ed è sul punto di buttarsi nel fiume quando ad un tratto vede un cadavere che gli viene incontro e sente una voce che gli dice di tornare indietro. Guardando meglio, vede che quello che gli era sembrato un cadavere in effetti è un lenzuolo e che la voce proviene da una casa a due piani che sorge sulla sponda del fiume. Attaccata alla casa c’è una scala antincendio in ferro battuto sulla quale una donna, alle prese con un filo da stendere, sta agitando le braccia. D’istinto, il ragazzo inizia a parlare con la donna ma subito se ne pente, perché farsi sorprendere così, proprio nel momento in cui ci si sta per suicidare, è davvero una cosa patetica. Davanti alle insistenze della donna, il ragazzo non trova di meglio che ritornare sui suoi passi. A quel punto vorrebbe andarsene ma la donna lo invita a entrare in casa sua, lo fa sedere e gli offre una sigaretta. La donna è di origini lituane e si chiama Grazina, che in lituano vuol dire “bella”. Il ragazzo invece è vietnamita e si chiama Hai, un nome che Grazina confonde per l’abbreviativo di hello, decidendo quindi di cambiarlo con il lituano Labas, che vuol dire proprio “ciao”. Grazina convince Hai a fare uno strano rito che consiste nel prendere dei panini, buttarli per terra e poi schiacciarli: è una cosa che lei fa spesso quando sente che l’anima si fa un po’ confusa. Hai si mette a spappolare panini sotto la pioggia e quando ha finito e Grazina gli chiede come si sente, confessa in effetti di provare una bella sensazione…

L’imperatore della gioia è il secondo romanzo di Ocean Vuong e fa seguito a Brevemente risplendiamo sulla terra, esordio che ha incontrato un enorme successo di pubblico e critica, aggiudicandosi anche il New England Book Award for Fiction nel 2019. Anche questo secondo libro è largamente ispirato dalle vicende biografiche di Vuong che, come Hai, ha lavorato per diverso tempo in un fast food e ai tempi dell’università è stato ospitato per qualche anno nella casa della nonna del suo partner, una donna di nome Grazina J. Verzelis alla cui memoria il romanzo è in effetti dedicato. Dalle interviste rilasciate dallo stesso Vuong appare evidente, come ribadito del resto anche nell’ultimissima frase del libro, che lo scopo dello scrittore di origine vietnamita sia quello di dar voce alle persone semplici, agli umili che vengono in qualche modo lasciati ai margini dell’american dream perché le loro vite non rappresentano mirabolanti traiettorie di ascesa sociale e di successo, ma continuano a ripetersi identiche giorno dopo giorno. Ed è proprio all’interno di questo mondo in qualche modo piatto che si possono produrre dei gesti di incredibile solidarietà, che Vuong definisce come “kindness without hope” e sui quali vuole porre la sua attenzione. Rispetto al fortunatissimo Brevemente risplendiamo sulla terra, che era una sorta di lunga lettera che Vuong scriveva alla madre e nella quale ripercorreva le vicende della sua famiglia con un linguaggio lirico, chiara eredità dei suoi esordi poetici, qui l’ottica diventa più corale, pur non perdendo di vista l’importanza dei legami familiari. In un certo senso si passa dalla famiglia biologica a una famiglia più ampia e multiforme, creata dai legami che si vengono a instaurare ad esempio tra colleghi di lavoro, che sono chiamati a condividere lunghe ore negli stessi spazi, o tra persone come Hai e Grazina, accomunate dall’essere immigrati, poveri ed emarginati in un Paese troppo grande che sembra quasi non rendersi conto della loro presenza. Va detto che i critici non hanno accolto con grande entusiasmo questa opera seconda di Vuong, a partire dalla stroncatura particolarmente feroce apparsa sulla London Review of Books per mano di Tom Crewe che si è soffermata in particolar modo sugli aspetti stilistici, accusando lo scrittore vietnamita di ricorrere a un linguaggio eccessivamente ampolloso. Al di là dei toni caustici di Crewe, in effetti il limite maggiore di questo L’imperatore della gioia è rappresentato dal fatto che Vuong pare più interessato a colpire il lettore con il virtuosismo della sua prosa e con la forza dei suoi temi che a sviluppare una trama forte che sia in grado di dare coerenza e logica al succedersi delle varie scene. In questo modo, è la stessa struttura della narrazione che si rivela essere piatta e priva di sviluppi o tensione, correndo così il rischio di annoiare chi legge.