Lo scrittore Wilkie Collins ne è sicuro: in futuro il suo nome sarà caduto nell’oblio mentre quello del suo ex collaboratore Charles Dickens sarà certamente ancora vivo nella memoria collettiva. Anche per questo, forse, lui ci tiene raccontare la vera storia degli ultimi cinque anni della vita di Dickens: la sua ossessione per un misterioso personaggio di nome Drood, incontrato il 9 giugno 1865 durante il disastro ferroviario di Staplehurst, e la progressiva deriva etica dello scrittore. Collins in ogni caso promette di fare in modo che il manoscritto rimanga nascosto per oltre un secolo, per ragioni insieme legali e d’onore. Prima di arrivare al fatidico 9 giugno, Collins ricostruisce con tono ironico e tagliente la vita privata di Dickens negli anni precedenti. La sua crisi coniugale esplode quando un gioielliere recapita per errore a Tavistock House, residenza londinese dei Dickens, un costoso braccialetto destinato all’attrice Ellen Ternan. Catherine, la moglie, reagisce infuriandosi. Dickens si difende con sfacciataggine, sostenendo che è sua abitudine elargire doni a tutti i partecipanti alle sue produzioni teatrali amatoriali, e ricordando di aver già distribuito braccialetti, orologi e gemelli ad altri membri della compagnia. Per placare lo scandalo, Dickens impone a Catherine l’umiliazione di far visita personalmente a Ellen e a sua madre per scusarsi pubblicamente. Poi però caccia la moglie di casa. Il figlio maggiore, Charley, va con la madre; gli altri nove restano col padre. La gestione domestica viene affidata alla cognata Georgina, sorella zitella di Catherine, elevata al rango di "vice moglie". Quando i pettegolezzi si spostano su di lei, Dickens fa visitare Georgina da un medico che ne certifica pubblicamente la verginità, chiudendo così la questione. Collins descrive tutto questo con distacco sarcastico, sottolineando ironicamente che quell’uomo era considerato il più grande cantore della famiglia felice della sua epoca, mentre lui stesso aveva visto Charles Dickens in situazioni ben poco edificanti. Ricorda anche le scorribande notturne compiute insieme, quando i due andavano a caccia di giovani attrici nei teatri londinesi. Dickens è, ai suoi occhi, uno dei più monumentali ipocriti che avesse mai conosciuto: capace di costruire intorno a sé un’aura di purezza e devozione cavalleresca, e al tempo stesso di agire mosso da impulsi che non riconosceva né ammetteva nemmeno a se stesso. Il 9 giugno 1865, di ritorno da una settimana di vacanza a Parigi, Dickens è in compagnia di Ellen Ternan e di sua madre su di un treno diretto a Londra. Sono gli unici passeggeri della loro carrozza. Il convoglio sta andando a circa ottanta chilometri orari quando arriva al viadotto sul fiume Beult, nei pressi di Staplehurst. Una squadra di operai sta sostituendo le travi di legno del ponte: il caposquadra ha consultato l’orario sbagliato e non si aspetta il treno prima di due ore. L’uomo con la bandiera rossa si trova a soli cinquecento metri dai binari mancanti invece che a un chilometro, come prescrive il regolamento. Il macchinista vede il segnale troppo tardi, fischia disperatamente per attivare i freni nelle singole carrozze, ma il treno arriva all’interruzione dei binari ancora a quasi cinquanta chilometri orari. La locomotiva salta nel vuoto e deraglia. Delle sette carrozze di prima classe, sei precipitano nel fiume. Solo quella di Dickens resta in bilico, agganciata per un solo gancio alla carrozza di seconda classe rimasta sui binari, penzolante sopra la valle. Lo scrittore mantiene la calma, fa scendere le due donne in salvo e scende a sua volta nell’alveo del fiume per soccorrere i feriti, portando acqua nel cappello e brandy dalla sua fiaschetta. Mentre scende l’argine, gli appare accanto un uomo altissimo e scheletrico, avvolto in una cappa nera: faccia bianchissima, orbite scavate, naso quasi assente, denti radi e aguzzi, dita mozzate a metà falange. L’uomo dice di chiamarsi Drood — o forse Dread. Subito dopo svanisce nell’ombra sotto il ponte. Tra le macerie Dickens soccorre un uomo con la calotta cranica asportata, una donna seminuda e mutilata che rifiuta ogni aiuto e scompare tra gli alberi, una madre che stringe tra le braccia una neonata già morta. Tiene la mano a una giovane donna intrappolata sotto un vagone rovesciato, sentendo la stretta rispondere alla sua, finché i soccorritori sollevano i detriti e scoprono che di lei esiste solo un braccio reciso. Nel frattempo intravede più volte la sagoma di Drood aggirarsi tra i rottami, sempre in bilico tra la presenza e la sparizione. Prima di risalire l’argine, torna nella carrozza penzolante a recuperare il manoscritto del suo romanzo, e dall’alto scorge Drood immobile sul pelo dell’acqua, che lo fissa con occhi senza palpebre muovendo le labbra in parole indecifrabili. La carrozza comincia a oscillare, Dickens si aggrappa, e quando torna a guardare Drood è scomparso...

Un resoconto romanzato degli ultimi cinque anni della vita di Charles Dickens, narrato dal punto di vista dell’amico e collega scrittore Wilkie Collins. Dan Simmons incorpora in queste circa 800 pagine eventi storici documentati con speculazioni che inizialmente appaiono azzardate, ma che, con il progredire della narrazione, suonano sorprendentemente plausibili e credibili. Il titolo rimanda direttamente all’incompiuto romanzo dickensiano Il mistero di Edwin Drood (1870), il cui nesso con l’opera di Simmons è strutturale e tematico al tempo stesso. La storia prende avvio con il disastro ferroviario di Staplehurst del 1865, a cui Charles Dickens sopravvisse quasi per miracolo. Simmons si domanda se Dickens abbia davvero cominciato a condurre una doppia vita oscura dopo l’incidente: le sue incursioni notturne nei peggiori bassifondi di Londra, la sua ossessione crescente per cadaveri, cripte, omicidi, fumerie d’oppio, la Londra sotterranea e segreta erano semplice ricerca letteraria... o qualcosa di più terrificante? Qui Wilkie Collins è una sorta di Salieri rispetto al Mozart dickensiano: la sua gelosia è esplicita fin dalle prime pagine, Charles Dickens era un genio letterario e lui no: il dispositivo del “narratore inattendibile” costituisce il cuore formale e tematico di Drood. Il filo che percorre l’intera opera è l’inganno: Collins inganna tutti coloro che lo circondano in piccoli modi a proprio vantaggio, inganna il lettore presentandosi nella luce migliore, inganna se stesso credendo che le sue rivelazioni interessate non rivelino i molteplici difetti del suo carattere, e in definitiva si inganna sul significato di quasi tutto ciò che ha vissuto nel corso del romanzo. In un’intervista rilasciata al “Seattle Times” in occasione dell’uscita del romanzo, Simmons ha rivelato alcuni aspetti cruciali della sua relazione con il materiale storico. Ha dichiarato che negli anni Novanta aveva cominciato a leggere la biografia di Dickens scritta da Peter Ackroyd, che trattava degli enigmatici ultimi anni della vita dello scrittore, e che attraverso quella lettura approfondita aveva realizzato che Dickens era stato l’autore che aveva creato l’immagine moderna degli scrittori — il professionista serio della letteratura. Non era un gentiluomo che scriveva per diletto. Riguardo alle inquietanti ambientazioni del romanzo — in particolare la cosiddetta Undertown, la rete sotterranea di fogne e cripte nel sottosuolo di Londra — Simmons chiarì: “Non vivevano nelle fogne nel modo in cui li ho descritti, ma molte persone furono spinte sottoterra. La povertà fa questo alle persone. C’era una rete di cantine — si poteva passare da cantina a cantina, talvolta per chilometri — e tutta una serie di cripte e luoghi di sepoltura. E poi c’erano le fogne più antiche, risalenti ai Romani”. Il romanzo include anche lettere e citazioni storiche genuine, che aggiungono un’autenticità documentale all’insieme. Simmons ha tentato di imitare lo stile narrativo di Wilkie Collins, inclusa l’abitudine vittoriana di rivolgersi direttamente al lettore. L’acquisizione dei diritti cinematografici da parte di Universal Pictures precedette addirittura la pubblicazione del libro, una vicenda emblematica dei meccanismi dell’industria hollywoodiana. La casa di produzione e Guillermo del Toro avevano stretto un accordo a lungo termine con quattro progetti di regia, tra cui adattamenti di Frankenstein, Dr. Jekyll & Mr. Hyde e Mattatoio n. 5. Il quarto progetto era appunto Drood. I dirigenti di Universal ritenevano che sarebbe stato il primo progetto post-Hobbit di del Toro. La produttrice Donna Langley dichiarò in quell’occasione a “Variety” che il romanzo descriveva come la sopravvivenza a un disastro ferroviario avesse cambiato Dickens, trascinandolo negli abissi della depravazione londinese e forse spingendolo all’omicidio prima di scrivere il suo ultimo romanzo: “È il mondo fantasy e dell’horror gotico in cui Guillermo si trova a proprio agio”. Tuttavia il progetto rimase in uno stato di perenne standby. Riduzione cinematografica a parte, Drood si impone come un’opera di difficile classificazione ma di indubbio valore letterario: in parte biografia letteraria, in parte mistery vittoriano e in parte thriller psicologico. La sua ambizione è quella di essere un romanzo totale capace di interrogarsi sulla natura stessa della narrazione, sull’inaffidabilità della memoria, e sulla gelosia come forza motrice dell’esperienza creativa. La lunghezza — percepita da molti come eccessiva — è forse il prezzo inevitabile di un’opera che si misura con la statura monumentale del suo soggetto storico, cercando di eguagliarne la potenza attraverso la stessa sovrabbondanza narrativa che era propria di Dickens stesso.