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La custode

La custode

Visitación Salazar è una donna di colore, sembra fatta di olio e lignite, le braccia robuste come di cemento, lo stesso che utilizza per rifinire le sepolture nel cimitero abusivo che custodisce, il Terzo Paese. Visitación ha poche parole quando riceve visite, non ha tempo per le formalità, deve preoccuparsi dei morti e soprattutto diffida di tutti quelli che le si presentano davanti, perché potrebbero essere dei cani del terribile Alcides Abundio, padre padrone senza scrupoli di quelle terre, nemico giurato di Visitación a cui vuole espropriare il cimitero per donarlo al parroco di turno ed al suo progetto di un oratorio bisca dove far scorrere fiumi di alcol e coca. Angustias Romero è invece una giovane madre che, scappando dall’epidemia che ha colpito la sua città natale, giunge nella terra di mezzo di Mezquite, accompagnata dal marito e dai cadaveri dei suoi gemelli morti durante la traversata della sierra orientale. Angustias non si rassegna alla fine dei suoi figli, non si rassegna al degrado di un obitorio o di una fossa comune, non si rassegna alla morte: cerca una pace fatta di giustizia, cerca calore umano. Ha lasciato tutto, venduto il suo negozio, venduto i suoi capelli, per scappare da quella maledetta carestia e garantire il meglio ai suoi figli, fragili, nati settimini, bisognosi di una prospettiva di futuro. Spera sempre in un po’ di affetto di Salveiro, il suo uomo di poche parole, bravo marito, bravo a letto, ma troppo indolente: e non è tempo di indolenza, quando bisogna scappare dalla morte. Salveiro non capisce, però comprende che il suo tempo è finito, che non può più stare con Angustias: l’abbandona allora alla sua sorte, legata alla sorte di Visitación, la custode del Terzo Paese, la terra dove i morti trovano riposo, gli ultimi un conforto...

Il secondo romanzo di Karina Sainz Borgo, dopo il felice esordio di Notte a Caracas, è ambientato in una frontiera dentro la frontiera: così si presenta Mezquite, così è il Terzo Paese (El Tercer País è il titolo spagnolo originale, sicuramente più forte di questo anonimo La custode), dove Visitación ed Angustias stringono il loro patto d’amicizia e sostegno. Proseguendo nella scia dei grandi romanzieri e narratori sudamericani, Sainz Borgo esercita la sua scrittura secca, spietata, evocativa, come dimostra il potente incipit (“Arrivai a Mezquite perché cercavo Visitación Salazar, la donna che avrebbe seppellito i miei figli e mi avrebbe insegnato a sotterrare quelli degli altri. Camminai fino alla fine del mondo, o dove credevo che finisse il mio. La trovai una mattina di maggio accanto a un tumulo di loculi. Indossava un paio di leggins rossi, gli stivali da lavoro e un foulard colorato annodato alla testa. Una corona di vespe le svolazzava intorno. Aveva l’aria di una madonna nera persa in una discarica”), fatta di frasi brevi concatenate in capitoli altrettanto brevi, come un pensiero, come una emozione, per raccontarci un sottomondo di uomini e donne che somigliano più a derelitti umani, che sopravvivono senza speranza, cercando con ogni mezzo come profittare delle disgrazie altrui. La narrazione, affidata in prima persona alle parole di Angustias, non lesina particolari, tuttavia non indugia sulla miseria: ce la presenta così com’è, con la naturalezza di una frase appoggiata lì per caso, ma al posto giusto. I personaggi non sono caricature, ma tristi protagonisti di una vita senza futuro, come il subumano Críspulo, figlio di un dio minore, senza parole e senza sentimenti, un automa del dolore di un mondo che aspetta un miracolo. Come Consuelo, una ragazzina divenuta madre dopo ripetute violenze. Quel miracolo di riscatto fra violenza e morte è la missione delle due donne, alleate per riportare in terra giustizia e compassione. Un libro non facile da leggere, ma per questo necessario.