Entrando in fabbrica ci si affida al Primo Levi dei sommersi e salvati, o a Cesare Pavese del mondo del lavoro, oppure a Metello e Cipputi: perché entrare in fabbrica a volte è come scendere negli inferi. Pòri operai, con gli abiti lisi, le scarpe sporche di colla e oliaccio, la segatura fra capelli e ciglia. Sono figure malinconiche, come dei pagliacci fuggiti da un circo o come dei comici di un cinema muto, reso incapace di parlare perché la fatica ha tolto loro la parola, gliel’ha estirpata. E se loro sono pagliacci e comici, la fabbrica è un gran teatro della commedia dove il padrone ha la parte principale. Con la sirena sempre pronta a suonare, il padrone muove gli operai come burattini, li spinge al massimo profitto, li riduce a macchine telecomandate, spietate, con lame circolari che azzannano la carne con la stessa indifferenza con cui fende il legno ed un nastro trasportatore sempre più veloce. L’identità dei lavoratori finisce per frammentarsi attorno al tòc, al pezzo prodotto: l’ansia costante trasforma l’operaio in un essere ridotto a pezzi. Ed ecco che scatta la bestemmia, imprecazione inevitabile che cade tra la pressa e il sudore: che sia anche Dio un altro padrone vestito in abito scuro? Per fortuna, drio i reparti, fra operai, quando finisce il turno o quando semplicemente si è in pausa, sboccia la solidarietà…

Opera operaia di Fabio Franzin è una monumentale testimonianza civile e lirica che raccoglie oltre un quindicennio di produzione poetica autobiografica, dedicata al mondo del lavoro. L’architettura del volume si sviluppa attraverso tappe fondamentali che ripercorrono la parabola industriale del territorio: dalla sezione iniziale Fabrica / Fabbrica, incentrata sulla routine alienante dei reparti, fino a Con le mani mozzate e La fabbrica abbandonata, arricchite da appendici d’inchiesta e memoria come Lungo i reparti e Lapidi bianche. L’intera opera è composta nel dialetto parlato nella zona veneto-trevigiana, affiancato dalla traduzione italiana a fronte. Al centro della raccolta emergono con forza tragica i temi della crisi industriale e del lavoro che uccide. Franzin racconta il tramonto del tanto decantato “miracolo economico” del Nordest, sgretolatosi in un reticolo di capannoni spenti, cartelli di vendita o affitto e vite sospese nella cassa integrazione o nella disoccupazione. A questa desolazione si lega il dramma spietato degli incidenti sul lavoro e dello sfruttamento a cui il poeta dà nome, cognome e dignità: dal canto alle vittime di schiacciamenti, fretta e caporalato - dagli studenti in stage ai lavoratori precari e immigrati - trasformando i fatti di cronaca in una solenne denuncia contro un sistema produttivo che divora i corpi e sacrifica le vite in nome del profitto. In questo contesto, la scelta del dialetto veneto si rivela decisiva e irrinunciabile, perché adempie una precisa funzione di riscatto espressivo: restituisce alla poesia la carne, la ruvidezza e l’autenticità dei corpi lavoratori, offrendo una parola dritta e senza filtri a chi la società ha spesso condannato al silenzio. Opera operaia celebra con assoluta convinzione la verità che la poesia alberga ovunque, compreso il luogo apparentemente più ostile ad essa: il capannone industriale. Definitosi “servo della penna come della sirena”, Franzin dimostra che le mani che piallano e assemblano sono le medesime che possono forgiare versi d’intensa sensibilità. La poesia germoglia nella solidarietà tra colleghi, nel gesto di condividere l’unico ombrello con le maniche della tuta bagnate e nella ricerca ostinata di un barlume di grazia e fraternità tra i tubi di aspirazione. Un inno alla dignità dell’essere umano, a dimostrazione che il pensiero poetico non è un monopolio intellettuale, ma un fuoco che arde anche nel cuore della classe operaia.
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