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Il pregiudizio della sopravvivenza

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La prima volta che Andrea si è presentata in redazione, Enrico Radeschi pensava si trattasse di un ragazzo e si è creato un equivoco. Diego Fuser- il boss di MilanoNera - gliel’aveva mandata, dal suo esilio dorato in Toscana, per dargli una mano e, dalla prima volta che l’ha vista, la vita di Enrico si è completamente capovolta. Sono passati dall’essere direttore/subalterno al ruolo prima di amanti, poi di soci alla pari di MilanoNera, pubblicazione che, specie nell’ ultimo periodo, sta ottenendo risultati sorprendenti. In questo momento, Enrico è in stazione con Andrea. La ragazza deve partecipare alla tre giorni del Convegno europeo sulla comunicazione, che quest’anno si svolge a Salisburgo, in Austria. Andrea e l’amica Caterina hanno prenotato una cuccetta per due e domani mattina si sveglieranno a destinazione, pronte per partecipare alla prima giornata di incontri. Quando, alle prime luci dell’alba della mattina successiva, il vicequestore Loris Sebastiani si avvicina al palazzo di via Monte Rosa, accanto a due volanti di polizia, e scende per cercare di capire cosa sia accaduto, uno stridore metallico lo induce a voltarsi proprio mentre il Giallone - la Vespa gialla classe 1974 di cui Radeschi si serve per i suoi spostamenti - si avvicina. Il giornalista freelance chiede di salire insieme al vicequestore, per verificare quanto accaduto, e l’altro gli rammenta le solite regole: niente foto, niente video e niente chiacchiere. In uno degli appartamenti del palazzo - che a Enrico pare più sontuoso della reggia di Versailles - Alfio Perego, padrone di casa, e i suoi ospiti, invitati per una festa, sono stati rapinati da quattro donne che, con maschere al volto e pistole alla mano, hanno costretto ciascuno dei presenti a fornire numeri di conto corrente e password e hanno svuotato i loro conti, trasferendo il denaro su un conto cifrato alle isole Cayman. Ed è proprio di questo conto - oltre che della visione dei filmati delle telecamere presenti - che Radeschi si occupa per il resto della giornata. Quando rincasa, alle sette e trenta di un’interminabile giornata, sente Andrea al telefono, cena, sfama il gatto Rimbaud e si perde per un paio d’ore seguendo una serie crime in tv. Alle dieci e mezza prova a chiamare nuovamente Andrea, ma la donna non risponde. Riprova poco dopo, ma nulla. Le invia un messaggio, ma non ottiene riscontro. Quando, alle prime ore del mattino successivo, ancora non ha sentito la sua compagna e ha deciso di chiamare la polizia, gli arriva un messaggio dal telefono di Andrea. E si tratta di qualcosa che lo getta nel più totale sconforto…

Ottava avventura per Enrico Radeschi, il giornalista freelance scaturito dalla fantasia e dalla penna tagliente di Paolo Roversi - scrittore mantovano di nascita e milanese d’adozione -, che deve vedersela questa volta con un pericolo che torna dal passato e cerca vendetta. Molti sono gli ingredienti di un plot molto ben articolato, in cui le scene si succedono con rapidità e coerenza, come su un set cinematografico - Roversi è anche uno sceneggiatore e sa trasferire le sue competenze in tal senso anche sulla carta - e, mentre Milano viene scossa da una singolare rapina, perpetrata ai danni di un gruppo di persone riunite per una festa in un appartamento di lusso della città, un pericoloso criminale, a torto ritenuto morto, vuole chiudere i conti con Radeschi, rapisce la sua fidanzata nella magica Salisburgo e spinge il coraggioso giornalista a mettersi sulle sue tracce, in una corsa contro il tempo carica di adrenalina e di suspense. Radeschi è una figura coraggiosa e astuta; può trovare aiuto in Loris Sebastiani - ruvido vicequestore, mente arguta, sigaro spento e mezzo masticato in bocca - e in altri soggetti non sempre raccomandabili (lo spregiudicato greco “Danese” in testa) ma assolutamente affidabili e generosi. Vendette, avvelenamenti, auto di lusso, mafia russa, bombe e missili sono alcuni tra gli ingredienti di cui Roversi si serve per creare situazioni al limite della verosimiglianza e ammantate di quella patina d’ironia che è diventata nel tempo caratteristica peculiare dell’autore, che sa servirsene con un’intelligenza che traspare in ogni pagina e rende l’intero lavoro assolutamente godibile. I colpi di scena si susseguono a ritmo incalzante e, mentre conducono il protagonista lungo le strade tortuose di un viaggio complicato - che lo conduce in Austria, poi a Torino e infine di nuovo a Milano -, arricchiscono, con potenti pennellate di colore, le personalità di ciascuno dei personaggi coinvolti nella vicenda, aumentandone il livello di empatia con il lettore. Roversi è ormai da anni una garanzia. Ogni avventura è un centro e ogni racconto mostra l’estrema abilità dell’autore nell’utilizzo di quella che continua ad essere una delle armi più potenti a disposizione dell’uomo: la penna.