1877, Irlanda Occidentale. I due amici Tonnison e Berreggnog, appassionati escursionisti, giungono nel piccolo villaggio di Kraighten. È un luogo remoto, sconosciuto a qualsiasi turista, ma l’anno precedente Tonnison vi è capitato per puro caso e ha notato, nella campagna fuori dal paesino, “un fiumiciattolo senza nome che pareva offrire buone opportunità di pesca”, potenzialmente un luogo perfetto per i soggiorni in tenda in luoghi solitari immersi nella natura che i due amici prediligono. Osservati con diffidenza e una sorta di malevola perplessità dagli abitanti di Kraighten, i due passano qualche giorno pescando, fumando e chiacchierando senza che nessuno li disturbi - esattamente come speravano andassero le cose, insomma. Una mattina però decidono di esplorare i dintorni seguendo il corso del fiume e allontanandosi dal villaggio. Dopo qualche ora, scoprono con enorme sorpresa che il fiume si inabissa nel terreno, scomparendo. E circa un miglio più avanti – guidati dalla vista di nuvole di vapore sulle quali “il sole accende innumerevoli arcobaleni” e dal rombo di una cascata – i due scoprono un luogo tetro, una vasta radura nella quale si apre un enorme cratere, un baratro ribollente di spuma perché da una parete, come avevano sospettato Tonnison e Berreggnog, il fiume sgorga di nuovo dalla roccia formando una cascata. Dall’altro lato del cratere si trova il rudere di un edificio che a quanto pare era costruito su di “un enorme sperone di roccia che usciva a sbalzo sull’abisso per una cinquantina di metri. In effetti, il rudere era praticamente sospeso nel vuoto”. Stupefatti, i due escursionisti si avvicinano alle rovine e, con cautela, iniziano a cercare qualche segno della passata natura dell’edificio. Berreggnog a un certo punto alza lo sguardo e vede Tonnison “chino in una specie di cunicolo tra le macerie”: sta ripulendo dalla polvere e dai calcinacci un oggetto, un quaderno spiegazzato e malconcio. Dalla boscaglia intorno al cratere intanto arriva uno strano suono lamentoso che terrorizza i due uomini…

Parte dal classico espediente narrativo del “manoscritto ritrovato” (in questo caso un quaderno gualcito dall’umidità rinvenuto nel 1877 tra le macerie di un misterioso, solitario rudere a sud del villaggio di Kraighten, nell’Irlanda occidentale) uno dei romanzi più celebri di William Hope Hodgson, pioniere del Weird e dell’Horror morto a circa quarant’anni sul fronte belga durante la Grande Guerra. Datato 1908, è davvero un libro strano, inquietante. E clamorosamente seminale, perché da esso si dipartono due tòpoi della letteratura di genere, e cioè il concetto di un Altrove cosmico popolato da esseri mostruosi che possono irrompere sul nostro piano della realtà attraverso dei “portali” – luoghi maledetti da evitare ad ogni costo – e il modello narrativo dell’assedio da parte di mostri/zombie/demoni (in questo caso famelici maiali umanoidi) di una casa in cui i protagonisti si barricano. Anche la tecnica narrativa di Hodgson contribuisce in modo significativo all’effetto straniante della storia. Il formato del manoscritto al centro della narrazione, che comprende eventi incalzanti, voci frammentate, sequenze di sogni e visioni, amplifica il senso di orrore nel lettore, confondendo il confine tra sanità e follia. Il graduale disfacimento mentale del protagonista di fronte a fenomeni sempre più bizzarri e terrificanti, rispecchia il terrore di confrontarsi con una realtà molto più grande e incomprensibile di quanto la mente umana possa afferrare. Questo tema della fragilità umana di fronte a forze cosmiche immense è un tratto distintivo dell’opera di Hodgson e lo sarà, negli anni successivi, di quella di Lovecraft. “Il titolo originale de La casa sull’abisso, The House on the Borderland (ovvero La casa sulla terra di confine o al massimo La casa ai confini del mondo), evoca in modo efficace la visione di un paesaggio che costituisce il tramite tra diversi universi collocati sia nello spazio che nel tempo”, scrive Carlo Pagetti nella sua introduzione. “(...) Il romanzo dell’inglese William Hope Hodgson è ambientato, non a caso, in una zona interna scarsamente popolata dell’Irlanda occidentale, la prima colonia dell’Inghilterra, un territorio di confine per eccellenza”. E infatti il libro descrive magnificamente l’isolamento, non solo fisico, ma anche psicologico e metafisico. Le esperienze del protagonista suggeriscono una profonda alienazione sia dal mondo circostante che dalla sua stessa mente. Il suo ritiro in una casa isolata non è solo un ritiro fisico, ma una fuga in un regno in cui la realtà stessa sembra instabile e mutevole. Questa profonda alienazione è di certo simboleggiata dall’ambientazione del romanzo: una casa desolata e decadente che esiste al confine di due realtà, specchio della tenue presa del Recluso sulla propria esistenza.